Tocco Astrosciamanico – gennaio 2008, primo seminario

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Eremo dei frati bianchi

Corso Base Annuale di Tocco di Guarigione Astrosciamanica & Astroshamanic Practitioner Training

One Year Basic Course in Astroshamanic Healing Touch, con Franco Santoro

Eremo dei Frati Bianchi, Cupramontana (Ancona, Italia), 25-27 gennaio 2008

Trascrizione parziale e non ufficiale di alcuni interventi audio-registrati di Franco Santoro tenuti nel corso del primo seminario del Corso Base Annuale di Tocco di Guarigione Astrosciamanica & Astroshamanic Practitioner Training presso l’Eremo dei Frati Bianchi a Cupramontana (Ancona) dal 25 al 27 gennaio 2008.

Questo materiale è ad uso personale ed esclusivo dei partecipanti all’Astroshamanic Practitioner Training e altri percorsi di formazione astrosciamanica, che accettano di non riprodurlo, distribuirlo, divulgarlo o diffonderlo in alcun modo senza il permesso dell’autore (Franco Santoro).

Tutte le informazioni fornite in questo testo sono presentate unicamente per stimolare la consapevolezza del lettore, e non sono intese a sostituire la sua ricerca ed esperienza diretta. Questi scritti sono allineati con specifici cicli stagionali o motivazioni strategiche di insegnamenti, e non costituiscono l’enunciazione di verità assolute, bensì di punti di vista limitati, che fanno parte di una visione olistica più ampia. L’autore non appoggia necessariamente alcuna delle idee e delle opinioni espresse in questi scritti, incluse le sue.

Trascrizione a cura di Annalisa Carli e Anna Luna.

25 gennaio 2008, Astroshamanic Practitioner Training, condotto da Franco Santoro (sintesi appunti)

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Dio

Chiudendo gli occhi, vi esorto a raggiungere un punto centrale, un sito verso cui approda tutto ciò che esiste, un luogo d’arrivo e pure di partenza. Mentre prendiamo atto di questo punto centrale, l’invito è di avvederci che questo è un punto che abbiamo tutti in comune, un punto uguale per tutti. Possiamo chiamare questo punto Dio.

Per alcuni momenti, mentre rimaniamo in questo spazio vivissimo di silenzio, intramezzato da alcuni suoni e parole, dimoriamo nella certezza d’avere tutti la stessa origine, il medesimo destino, un uguale presente, un unico Dio.

Da questo spazio centrale, tacito e interiore, dove alberga l’essenza di Dio, possiamo collegarci con lo spazio che esiste fuori, sprigionando l’essenza di quel punto centrale nel mondo che ci attornia. Con quest’intenzione, l’invito è ora di aprire gli occhi, per riconoscerci in questa stanza, nel luogo ove ci troviamo.

Prima di riconoscerci tra noi vorrei che portiamo consapevolezza al luogo in cui siamo ospiti, un sito costruito per motivi di preghiera, di rapporto con Dio, di supporto per questo punto centrale interno di silenzio. Riconosciamo questo luogo, il suo passato, e tutti coloro che vi hanno dimorato…

Quando questo monastero, l’Eremo dei Frati Bianchi, fu eretto, esistevano idee molto semplici riguardo Dio. Le cose sono cambiate negli ultimi secoli. Ora vi sono molte idee e concezioni su Dio, e anche contesti in cui l’idea di Dio non è impiegata. Oggigiorno quando uso il termine Dio ho da avvedermi che esso provoca reazioni molto contrastanti. Il mio modo di concepire Dio non è necessariamente quello di altri. Pure la mia stessa attitudine verso Dio può cambiare nel corso del tempo, anche nel giro di pochi giorni.

Per esempio, in certi ambienti, se uso la parola Dio, si crea un disagio inevitabile. Alcune persone cominciano proprio a stare male, specialmente in ambienti cosiddetti New Age. Ciò perché il New Age, per alcuni versi, è sorto come ribellione nei confronti dell’idea tradizionale di Dio. Questo movimento spesso evita di nominare il termine “Dio” o gli dona un significato molto diverso da quello delle religioni tradizionali. Chi s’identifica con tali religioni può ugualmente sentirsi a disagio se io impiego i riferimenti a Dio in un’accezione New Age.

Per operare come guaritore è importante rendersi conto del proprio rapporto personale e individuale con Dio, inteso come punto centrale, a parte le idee su Dio derivate dal mondo e dalle culture circostanti.

In questi giorni lavoreremo sul rapporto che ognuno di noi ha con Dio, su quello che crea gioia nel rapporto con Dio, e pure timore, paura, colpa, soggezione e la tentazione anche di ribellarsi o di negarlo, o magari di sentirsi in colpa.

Per lavorare come guaritori spirituali è essenziale rivendicare il proprio diritto a rapportarsi con Dio, e a lavorare su tutti i punti di ostacolo, ciò che crea blocchi, tenendo pure conto che se il blocco verso Dio è troppo forte, posso usare un termine alternativo, una parola neutrale con cui mi sento più a mio agio, come, per esempio, “sé multidimensionale“ o “punto centrale”. Non devo essere troppo duro con me. Se in certi momenti il termine “Dio” mi crea troppo fastidio, rancore o sensi di colpa, posso usare un termine che ne fa le veci.

L’astrosciamanesimo usa raramente il termine Dio. Ci sono motivi strategici per questo. Uno di essi è che l’approccio astrosciamanico è neutrale. Del resto anche i segni zodiacali non sono spesso chiamati col loro nome. Sono identificati come Settore 1, Settore 2, Settore 3, Settore 4, e questo per non creare delle resistenze, delle associazioni.

 

cluny two dec 2 08

Findhorn Foundation Cluny Hill College, Forres (Scotland)

La camera 23

Se ho un edificio con tante stanze, ma a queste stanze non appongo un nome proprio, ma semplicemente un numero d’identificazione, ecco che esso serve solo a individuare dove si colloca un dato contenuto, e non a descriverlo. Per esempio, da circa nove anni la mia camera a Cluny Hill College è ufficialmente la stanza numero 23. Non si chiama la stanza di Franco, sebbene chi sa che quella è la mia camera può pure chiamarla in quel modo. Il fatto che sulla carta si chiami stanza 23, permette a quella camera di non essere identificata con me. Ci può esservi Franco, ma potenzialmente anche qualcun altro. In effetti, poiché quella stanza esiste da molto più di un secolo, sono tanti coloro che l’hanno occupata. Il nome numerico dato a quella stanza ne garantisce la neutralità. Certo, andando nel sottile, uno potrebbe riferirsi al significato esoterico del numero 23, su cui esiste pure un recente film, e ricamarci delle considerazioni contenutistiche. In effetti, non esiste nulla di assolutamente neutrale in questo mondo. L’invito è tuttavia di operare nel modo più neutrale possibile.

In tale modo si propone inizialmente l’operatore di guarigione. Il suo intento è d’individuare dapprima dove si colloca la stanza, il suo numero identificativo, e poi lasciare che il relativo contenuto si riveli da solo, senza interferenze premature. L’obiettivo dell’operatore è lasciare inizialmente che il cliente si apra, che definisca il contenuto del suo linguaggio. A questo scopo il linguaggio dell’operatore è necessario che sia posto nell’ombra, altrimenti l’essenza del linguaggio del cliente non verrà mai fuori.

Per esempio, io, insieme ad alcune persone, sappiamo che nella stanza 23 ci abita Franco. Quindi esiste un’equazione tra camera 23 e Franco. Tuttavia, questo vale solo per alcune persone. La maggioranza della gente che vive a Cluny Hill College non lo sa. In verità, ci tengo che la cosa non sia troppo pubblicizzata. Sebbene, mi renda conto ora, ahimè troppo tardi, che sto mettendo quest’informazione in piazza… In ogni modo, nel mondo vi sono incalcolabili stanze o edifici che hanno quello stesso numero, senza essere connesse a Franco. Le associazioni che la gente fa con la stanza 23 variano notevolmente.

Come operatore di guarigione ho da scoprire cosa contiene la camera 23 secondo il mio cliente. In molti casi il cliente può avere difficoltà a ricordarlo o, in apparenza, non saperlo per nulla. In questi casi il lavoro diventa complesso. Certo, potrei evitare il problema rivelando che nella camera 23 c’è Franco. Questo farebbe forse piacere al cliente, che magari si rivolge a me proprio perché si aspetta che io gli dica cosa c’è in quella stanza. Ciò è pure lecito in casi assai estremi, come misura d’emergenza e provvisoria. Nondimeno, perché si avvii in modo efficace il processo di guarigione, è indispensabile che sia il cliente ad aprirsi e a rivelare il contenuto, cosa c’è nella stanza, ciò che ha dentro se, che nella maggior parte dei casi non conosce, e io stesso non conosco.

In parole povere, prima di comunicare con il cliente, ho da capire dove si trova questa persona, che lingua parla, cosa gli piace, cosa odia, insomma “cosa vuole?” Per incoraggiare questo processo userò termini i più possibili neutrali, rimanendo a livello dell’essenza, piuttosto che della forma.

Il vantaggio nel restare al livello dell’essenza è che, una volta che ne comprendo la natura, essa si può adattare a qualunque forma. Per esempio, allorché ho un’esperienza diretta dell’essenza di Dio, essa può essere adeguata a ogni concezione di Dio, a ciascun linguaggio religioso o non religioso, come cristianesimo, islamismo, buddismo, ateismo, gnosticismo, ecc. L’essenza è la chiave d’ogni forma, così come appunto la chiave della stanza 23, è lo strumento che permette a chiunque di entrarvi ed essere in quella stanza.

Poiché vi sono partecipanti di varie nazionalità, in questo seminario io impiego due linguaggi, italiano e inglese. Dico una cosa in inglese e poi la ripeto in italiano. I linguaggi possono essere diversi, ma l’essenza di quello che dico è la stessa. I suoni che arrivano a voi italiani quando parlo inglese sono molto diversi dall’italiano, però vi assicuro che sebbene la forma del linguaggio sia distinta, essi esprimono in generale le stesse cose.

Usare i due linguaggi serve anche per questo scopo, è il modo per comprendere che la stessa essenza può avere una forma diversa.

 

26 gennaio 2008, Portali Multidimensionali dei Sensi:

Corso Base Annuale di Tocco di Guarigione Astrosciamanica

Primo Seminario con Franco Santoro

 

La guarigione

Benvenuti quindi all’esordio ufficiale di questo corso di tocco e guarigione astrosciamanica.

Questa mattina farò una breve introduzione sulla guarigione astrosciamanica, poi ci metteremo subito al lavoro usando delle pratiche. Adopererò entrambe le lingue: inglese e italiano, poi ci sarà pure una terza lingua, che in vero è quella più importante: il silenzio. Abbiamo quindi una trilogia d’idiomi: due lingue che dicono la stessa cosa, ma in modi completamente diversi, e anche un’altra lingua che non dice proprio nulla, perché in vero non c’è niente da dire, e si tratta di ascoltare. Questa terza lingua può essere udita quando le altre due hanno smesso di parlare. Essa è l’asse d’equilibrio tra due poli. Questo è il tema del lavoro: conciliare le polarità, armonizzare le apparenti diversità riconoscendo l’essenza che le sottende.

Mentre parlo, e parlerò assai, v’invito a rimanere sempre in allineamento con la vostra essenza, con il vostro Dio interiore. Se il termine Dio non vi piace usate qualunque termine che vi aggrada.

Innanzi tutto un chiarimento riguardo a un altro termine, la parola guarigione. Già tante volte ho chiarito la natura di questo termine, tuttavia sento che è necessario ripetermi, perché vi è una parte della mente che si adopera per un altro concetto di guarigione, che è radicalmente diverso. Vi sono due vie di guarigione, antitetiche fra loro e incompatibili.

È molto importante comprendere la distinzione fra due vie di guarigione, perché esse sono inconciliabili fra loro.

Una via opera per la separazione e l’altra per l’unità. Sebbene la seconda via operi per l’unità, non può unificare la via che sostiene la separazione, perché anche se questa fa parte dell’unità, la sua funzione consiste nell’ostinarsi a non farne parte.

La separazione è l’idea di non essere parte dell’unità, e quindi non può essere unificata. Dal punto di vista dell’unità la separazione non esiste né mai è esistita. Tuttavia io posso nutrire il pensiero, l’idea, che esista, e questo crea il problema effettivo.

La via di guarigione promossa da molti percorsi spirituali mira all’unità, al recupero della propria totalità originaria.

Guarigione è qui intesa come recupero della nostra natura primaria e contempla ovviamente il renderci conto prima di qual è la nostra natura originaria. Questa ricerca, nei suoi primi sviluppi e anche ciclicamente nel suo evolversi, comporta la presa di coscienza che noi non conosciamo la nostra natura originaria, che la nostra percezione della vita e delle cose che ci attorniano è una percezione molto limitata.

La guarigione spirituale non è una fede, non è una religione, non è un dovere, è qualcosa che decidiamo di usare quando ne sentiamo il bisogno. Se siamo completamente soddisfatti della vita che svolgiamo, se non vogliamo cambiare nulla, non c’è nessun bisogno di usare la guarigione spirituale. Non è qualcosa che impieghiamo per essere accettati da Dio, o per essere approvati da una religione o chiesa. Non è un atto di fede, è semplicemente qualcosa che possiamo usare quando ne sentiamo il bisogno, quando appunto ci sentiamo ammalati, incompleti. E la stessa cosa vale per lo sciamanesimo e per ogni tipo di percorso spirituale. Quindi la via di guarigione è una via di recupero della nostra unità, dell’unità originaria.

Il modo tradizionale di vedere la guarigione consiste nel cambiare una situazione secondo la nostra percezione di come dovrebbe essere la situazione.

Per esempio, dirigo un’azienda, che va molto male, e voglio che vada bene, oppure sono in una relazione e ci sono dei problemi e voglio che non ci siano più. Mi duole il piede e voglio che il male al piede passi. Non dico che questo tipo di guarigione è sbagliato. È del tutto legittimo volere che le cose vadano bene quando vanno male. Tuttavia in questo caso sono solo io che decido cosa vuol dire “andare bene”, c’è solo spazio per la mia concezione di come dovrebbero essere le cose.

La via di guarigione fondata sulla separazione mira a guarire secondo un punto di vista che è separato, sconnesso da ciò che ci circonda. Considera solo quello che va bene secondo una data persona o un gruppo limitato di persone, senza darsi conto di tutto il resto. Questo io che vuole stare bene è semplicemente l’io separato, ossia l’ego. Un io destinato a stare sempre male, perché la sua sofferenza deriva dal fatto di essere separato e di non riuscire a identificarsi con ciò che lo circonda.

La via di guarigione fondata sull’unità parte da un sintomo di malessere che può essere ognuno di quelli che ho elencato prima.  Riconosce dapprima la nostra prospettiva di come dovrebbero andare le cose, e poi si apre alla soluzione che è veramente in grado di sanare il nostro malessere. Attenzione qui! Il primo punto, ossia riconoscere la nostra prospettiva di come dovrebbero andare le cose, è essenziale, appunto perché è il primo punto. Senza il primo punto, non ci può essere il secondo. Questo vuol dire che la cosa non funziona se io passo direttamente al secondo punto, senza iniziare dal primo, e lo vedremo più avanti…

Una volta considerato il primo punto, vale a dire, come tu vedi una data situazione, un sintomo di malessere o benessere, il processo di guarigione si avvia e raggiunge il momento chiave quando ti avvedi che quella situazione ha altre sfaccettature… A volte attraverso la guarigione fondata sull’unità ci può essere una guarigione del sintomo di malessere, oppure una comprensione e accettazione di questo sintomo che ti permette di inquadrarlo in una ben più vasta e appagante prospettiva di benessere. Quando ti avvedi di ciò, ecco che ne deriva un’immediata sensazione di felicità e pace. E alla fine quel che conta è la pace e la felicità, perché è quello che la maggior parte di persone vogliono. Essere felici, raggiungere un senso di gioia, di felicità, di soddisfazione, di sanità. Le cose che ti rendono felici non sono necessariamente quelle che pensi siano causa di felicità.

Una delle cose che crea una gran confusione su questo pianeta, è che riguardo alla felicità ci sono dei condizionamenti molto inculcati, molto profondi che ci portano a vederla solamente nella realizzazione di alcuni obiettivi accettati dai più come sintomo di felicità. Questo crea gran dolore in molte persone perché alcuni di questi obiettivi per certi individui non sono realizzabili. Pensate a una donna che è condizionata a vedere la felicità nel fatto di avere un figlio, e questa donna non può averlo per motivi biologici. Pensate al dolore di questa donna.

Quando la felicità è vista in un obiettivo fisico particolare, fisso, ecco che ciò porta inevitabile alla sofferenza. Non solo. C’è sofferenza anche per chi lo realizza perché, sebbene possa avere dei figli, una famiglia, eccetera, può sempre succedere qualcosa a questi figli e alla famiglia. Quindi pur avendo realizzato l’obiettivo vivo nella paura che qualcosa di nefasto possa accadere. Può accadere una disgrazia, eccetera. La fissazione su un obiettivo fisico particolare, visto come unica fonte di felicità, porta ineluttabilmente all’infelicità. La felicità perseguita nella guarigione fondata sull’unità esiste quale esperienza diretta, e non è in relazione a qualcosa che succede. Non è una felicità basata sulla presenza di certe circostanze fisiche. E’ una felicità esperienziale che può esistere oltre le circostanze.

Uno dei grandi paradossi nella guarigione spirituale è che spesso le esperienze più potenti e immani di felicità giungono alle persone in momenti della vita in cui, da un punto di vista convenzionale, non c’è proprio motivo alcuno di felicità. Tutto va male, eppure qualcosa succede che fa sentire questa felicità, e ciò ha un potere incredibile perché libera da ogni dipendenza che c’è all’esterno, scaturisce dall’interno, e quindi pone in uno stato invulnerabile, perché è una felicità che si muove da dentro e che nulla può minacciare.

Per millenni tutti coloro sul sentiero della ricerca hanno perseguito questo tipo di felicità, talvolta descritta in termini metaforici, come per esempio, il Santo Graal, l’Eldorado, eccetera. Alcuni stolti si sono confusi e hanno pensato che si trattasse effettivamente di qualcosa di materiale, dei tesori nascosti. Bene, questi tesori, sono ovviamente nascosti, ma dentro di noi. Queste cose che sto dicendo sono sicuramente ovvie per molti di voi.

Ci tengo a ripeterle perché sebbene nei miei discorsi le promuova in continuazione vi è una parte di me che assolutamente si ostina a non crederle, che persiste ad operare in modo folle e insano.

La guarigione astrosciamanica comporta venir in aiuto a questa parte che dimora nella sofferenza, risvegliandola dalla sua allucinazione. Tale guarigione anela a ridestare la parte addormentata all’effettiva realtà dell’esistenza, ma ciò non attraverso la predica, gli insegnamenti spirituali o il convincimento intellettuale, bensì attraverso l’esperienza diretta.

Se continuo a parlare a qualcuno che dorme su cosa succede nel mondo in cui si è svegli, quella persona continua a dormire, ma se però le faccio avere un’esperienza di cosa significa essere svegli, ecco che avrà un’esperienza diretta, immediata, e questo è qualcosa che cambierà radicalmente il suo modo di percepire le cose. Se parlo a chi dorme, le mie parole giungono nel suo subconscio e qualcosa in vero succede, ma non a livello cosciente, ossia la persona in questione non ne è consapevole. Se tuttavia, mi assicuro che la persona sia sveglia e poi parlo, la mia comunicazione avrà un effetto diretto.

 

 

L’Intento

Vorrei partire ora con il primo requisito nel lavoro di guarigione, ossia l’Intento. L’Intento è il primo requisito perché mi confronta direttamente con ciò che è tangibile nella mia vita, qualcosa di immediato. Non è un concetto filosofico, è una realtà proprio concreta che io vivo sulla mia pelle, in qualità di essere umano, nonché come essere spirituale.

Inoltre l’Intento, se sono religioso, mi confronta con l’esperienza concreta di Dio, diretta, oltre alle mie convinzioni religiose, filosofiche, ecc.

L’Intento che cosa è? L’Intento è in rapporto con quello che io desidero, con ciò che voglio in questo momento della mia vita. A volte prevale quello che non voglio, tuttavia se io sono cosciente delle cose che non mi piacciono è anche quello un punto di partenza che va bene, basta semplicemente tradurre, cambiare la negazione in un’affermazione.

È un momento di grande potere, quello dell’Intento, un’occasione di grandissimo potere perché entro in rapporto con l’impiego della forza di volontà. A volte l’atto di volere è visto come qualcosa di egoistico o impertinente, come se non sia lecito appunto volere. Al contrario nell’espressione della volontà mi confronto con la chiave di svolta del lavoro di guarigione.

Il motivo che rende l’Intento molto potente è il fatto che è l’unica cosa su cui sia l’ego che la parte spirituale si trovano d’accordo. Entrambe riescono a capire il concetto d’Intento. Ecco perché è un momento facile di operatività per tutti e due. Una volta che l’energia diventa operativa, si tratta poi di dirigerla da una delle due parti: l’ego o il sé multidimensionale. Certo, in molti casi, è ancora l’ego che vince. Tuttavia, almeno mediante l’esercizio dell’Intento ho attivato l’energia, ed è sicuramente meglio avere un intento egoistico, ed esserne consapevoli pienamente, che non avere alcun intento.

L’ego più pericoloso e astuto è quello che evita l’Intento. È l’ego più nefasto, perché è un ego che finge di non essere ego. Egli la pensa in questi termini: “io non posso volere niente, è egoistico volere”. Fate attenzione a tale ego sofisticato perché è il più pericoloso di tutti. Egli lotta per combattere l’ego, semplicemente perché in questo modo nessuno lo può accusare di essere l’ego. Ma il punto qui è proprio questo, l’ego è in costante lotta con sé stesso. Laddove c’è lotta, antagonismo, competizione, c’è l’ego. Ne deriva che la parte in noi che lotta contro l’ego, che ci giudica ogni volta che facciamo qualcosa di egoistico, che ci impedisce di operare in modi che essa definisce “egoistici”, ebbene questa parte è sempre l’ego.

L’ego che dice “io voglio questo, quest’altro, eccetera”, che è proprio egoista fino in fondo, è in realtà il più semplice e inoffensivo, il più genuino, e anche quello più facile da gestire.

Quando lavoro con l’Intento non devo stare a riflettere su cosa è giusto, cosa è sbagliato, ecc, Si tratta semplicemente di essere onesti e sinceri, perché l’Intento è il punto di partenza, non è il punto di arrivo. Parto dall’Intento, da quel che voglio in questo momento, e anche se voglio la più gran fesseria di questo mondo, però in questo momento voglio proprio quella, ho da partire da lì, perché in quella fesseria c’è energia. Impiego la parte più energetica a disposizione, quella che ha la maggioranza in quel momento. Parto con un governo forte, poi dopo nei corridoi si possono cambiare le cose, ma intanto parto con una buona maggioranza.

Allora c’è un altro elemento che è importante nell’Intento. È accessorio, non indispensabile perché si attiva ugualmente, tuttavia, siccome siamo in un seminario di guarigione spirituale, ecco ognuno qui ha da avere un Intento spirituale. L’altro elemento dell’Intento consiste in questo, a dire qualcosa del genere “Bene, questo è quello che voglio, e proprio ci tengo tantissimo, anche se può apparire una fesseria per gli altri e pure per me. Quindi questo è il mio Intento. Allo stesso tempo mi arrendo anche a qualcos’altro, che qui io chiamo la volontà celeste o del mio sé multidimensionale. Questo potrebbe perseguire qualcos’altro di cui non sono consapevole, perché l’unica cosa di cui sono cosciente è il mio Intento.. Parto con quello che io voglio, con quello che mi appassiona, però in qualunque momento sono pronto ad aprirmi alla volontà celeste.

Quando l’Intento personale, vale a dire l’Intento secondo la mia prospettiva limitata, coesiste con l’Intento più grande, quello multidimensionale, che in astrosciamanesimo è chiamato “Funzione”, ecco che si apre il cancello del percorso di guarigione spirituale.

Come dicevo prima, non è indispensabile che ci sia consapevolezza di questa Funzione, perché, che io la voglia o meno, essa esiste ugualmente, pure se io non ci credo, o non ci voglio lavorare. Lavorando con i clienti non è necessario insistere troppo sulla Funzione, seppure occorre contemplarla, vedere come la persona reagisce a tale riguardo.

Quando lavoro con un cliente non insisto tanto sul sé multidimensionale, lo spirito guida, la funzione, ecc, a meno che la persona proprio non venga per cercare questi aspetti. Prima di tutto la esorto a ricercare ciò che essa vuole dalla vita, quel che gli piace, cio che è oggetto di desiderio. Questo è in realtà quello che faccio anche con chi in una sessione si prefigge di contattare lo spirito guida o di aprirsi solo alla volontà divina. Certo, quest’ultimo proposito è molto elevato, ma anche in tale caso, a nulla vale aprirsi a questa volontà sconosciuta, se la persona non ha alcuna idea di quello che per essa è buono.

Se io non sono consapevole di quello che secondo la mia esperienza diretta è buono, non ho alcuna possibilità di aprirmi alla volontà divina, perché il Divino comunica solo mediante l’esperienza. Ecco perché nel mondo ci sono state, e ci sono ancora, tante persone che in nome della volontà divina hanno commesso, e commettono, gli atti più nefasti. Poiché non ho alcuna idea di ciò che è buono per me, poiché sono incapace di riconoscere e accettare la mia esperienza a tale riguardo, se qualcuno molto sicuro di sé arriva e mi dice qual è la volontà divina, che cos’è buono secondo il Padre eterno, ecco che sono pronto a seguirlo non importa quale stoltezza mi viene detta riguardo tale volontà.

Se la persona non si confronta con la propria capacità di valutare ciò che è buono in base alla sua esperienza diretta, e non a quello che persone con le idee chiare sulla vita gli hanno detto, non è possibile iniziare alcun processo di guarigione effettivo. Quindi io insisto molto affinché la persona esplori il suo Intento, partendo dalle cose più semplici, e senza alcuna esclusione. Quando l’Intento emerge, allora gli dico: “Bene, questo è quello che vuoi, ciò che ti renderebbe felice. Questo è il tuo Intento, e partiamo da qui. Senza togliere nulla al tuo Intento, saresti disposto ad arrenderti a qualcos’altro allorché ti rendi conto che c’è qualcosa di molto più grande che ti darebbe veramente la felicità”. In genere tutti dicono “si”, perché in vero, non c’è proprio nulla da perdere e la cosa conviene. E’ come chiedere “il tuo Intento è di ottenere 100 mila euro, saresti disposto a mettere da parte la tua richiesta di ricevere 100 mila euro, se potessi riceverne un milione?”.

Di solito ognuno dice “si” se c’è da ricevere di più. E se poi qualcuno è proprio testardo e si impunta sui 100 mila euro, insomma, contento lui…

 

Tocco astrosciamanico

Questo corso lavora su una tecnica che si chiama tocco astrosciamanico.

Nel tocco astrosciamanico c’è un tocco. Quindi, si tocca. C’è una relazione con il fisico, e tutti gli aspetti già conosciuti per coloro che hanno partecipato ad altri seminari, quali i tre stadi, sono applicati ad un livello fisico. Il piano multidimensionale, visionario o sciamanico è proiettato sulla realtà fisica. Nel tocco astrosciamanico il corpo e la realtà fisica diventano una mappa su cui operare direttamente per rappresentare tutto il processo di guarigione che avviene a un livello più sottile ed invisibile.

Il tocco può essere inerente ad ogni aspetto della realtà fisica e del corpo. In genere, sono impiegate principalmente le mani, perché sono l’unica parte del corpo che è solitamente scoperta, insieme alla testa. Nel lavoro introduttivo sul tocco astrosciamanico vi sono tre punti fondamentali che sono appunto le due mani e la testa. Se ci guardiamo attorno in questa stanza notiamo che in questo momento tra noi le mani e la testa sono le uniche parti che teniamo ignude. Questo perché in questo monastero fa un gran freddo. Certo le cose sarebbero diverse se avessimo iniziato questo seminario in piena estate, e questo è forse anche il motivo per cui lo teniamo nel bel mezzo dell’inverno.

Nel tocco astrosciamanico usiamo il tatto e anche tutti gli altri quattro sensi.

Questi cinque sensi si possono esperire solo nella vita fisica e sono molto limitati. Tuttavia, sono l’anticamera verso altri sensi che appartengono al nostro corpo multidimensionale, che è l’anima. Si tratta del corpo che continua a vivere anche dopo la morte e che esisteva anche prima della nascita. Non è necessario credere a questo. Io, per esempio, non ci credo. Io non credo più a niente, seppure posso credere per motivi strategici, con un fine, che mi permette di avere un’esperienza. Quando ho l’esperienza credere non è più necessario. Seguitare a credere senza avere un’esperienza di ciò in cui si crede è, a mio vedere, follia totale. E in effetti, questa, con tutto il rispetto, è la condizione del genere umano…

Nel tocco astrosciamanico non c’è un forte accento al lavoro teorico riguardo a questi aspetti. Parlerò poco dei corpi sottili, del multidimensionale, ecc. Quello che conta è l’esperienza diretta dei corpi sottili che gli esercizi e le pratiche mirano a sviluppare.

Dapprima l’obiettivo di queste pratiche è procurare delle esperienze. Queste esperienze sono molto semplici, seppure molto potenti. Una volta che ho avuto esperienza di questi sensi più sottili, allora posso cercare di dargli un’interpretazione, però quello che conta è la mia esperienza, non l’interpretazione.

Rilevo che per praticare il tocco astrosciamanico non occorre avere poteri speciali, capacità soprannaturali, il chakra del cuore aperto, o altre corbellerie, basta semplicemente praticarlo. È uno strumento disponibile a tutti, e non è nemmeno necessario seguire questo corso per praticare il tocco astrosciamanico. Non occorre avere nessun diploma, perché l’investitura per praticare il tocco astrosciamanico è data direttamente da Dio, comunque lo vogliamo chiamare, e dalla capacità di evocarLo e non da un insegnante che decide se il candidato è buono o meno. Tuttavia poiché questo corso serve per lavorare con il tocco, ci auspichiamo che apporti benefici a ciascuno di noi.

L’accesso al canale di guarigione è disponibile per tutti. Questo appare molto semplice, ed in vero lo è, almeno per una parte di noi. Il problema è che c’è un’altra parte che accetta la guarigione e questa parte quando è forte rende le cose complicate, o impossibili. Per procedere lungo il cammino di guarigione è fondamentale che la prima parte sia più forte, che ci sia una volontà che insiste nell’andare avanti a tutti i costi.

Ora lavoriamo direttamente sull’Intento, con una pratica relativa di circa 15 minuti…..

 

Il primo tocco astrosciamanico lo applico a me stesso e serve a consacrare tramite l’apertura del Sacro Cerchio. Ciò corrisponde all’apertura dell’asse verticale e dei suoi tre mondi, e dell’asse orizzontale e le sue quattro direzioni. Un’esemplificazione tradizionale di questo tocco è il Segno della Croce. Qui nomino tre termini che sono “Padre, Figlio, e Spirito Santo”, collegati coi tre mondi, e i tre stadi, e tocco quattro parti. Nomino tre punti, perché essi non sono visibili e appartengono al livello sottile, mentre tocco quattro punti del mio corpo ben specifici, che invece rappresentano la realtà fisica, quella del corpo e dei suoi quattro elementi e direzioni. In questo modo combino il tre e il quattro, il livello verticale e il livello orizzontale. Apro il Sacro Cerchio.

La versione astrosciamanica d’apertura del Sacro Cerchio è neutrale, salvo che qualcuno non abbia resistenze verso le direzioni. Poiché nel mondo occidentale l’apertura delle direzioni non fa parte delle convenzioni comuni d’approccio al sacro, è raro incontrare resistenze verso le direzioni nei miei seminari. Questo perché tali seminari sono frequentati da persone in genere aperte, che spesso non sono soddisfatti del rapporto con le proprie tradizioni spirituali o sono alla ricerca d’approcci alternativi. Certo, se opero in ambito strettamente cristiano o tra persone che hanno pregiudizi verso ciò che non rientra nelle loro convenzioni spirituali, l’apertura del Sacro Cerchio potrebbe creare forti resistenze. Ad un primo livello di lavoro è preferibile non creare resistenze ed usare un linguaggio accettabile per il proprio interlocutore. Poi, una volta stabilito un rapporto di fiducia, è solitamente possibile passare ad una comunicazione più aperta, perché se vi sono delle resistenze, sussiste pure la disponibilità ad affrontarle e scioglierle.

In questa prima serie di seminari uso simbolismi strettamente cristiani. Questo sia perché tengo il seminario in codesto monastero, sia per affrontare di petto le resistenze potenziali che si possono creare tra noi a tale riguardo.

Impiego simbolismi cristiani per affrontare la parte che necessita guarigione, che è quella che molto probabilmente prova risentimento verso Dio. L’impiego di elementi della tradizione cristiana non implica necessariamente un’adesione a tale tradizione. È solo una tecnica, una strategia.

Questo lavoro non appartiene ovviamente all’ufficialità delle chiese cristiane più conosciute, e da quel punto di vista è fondamentalmente “eretico”. L’eresia è secondo la prospettiva di certe istituzioni religiose, piuttosto che da quella del messaggio cristiano stesso…

Il cristianesimo è ideale per introdurre il tocco, perché è pieno di pratiche in cui si tocca. La religione cristiana è fondata sul tocco e la guarigione. Il novanta per cento del Vangelo tratta di guarigioni e miracoli, che avvengono tramite il tocco. Una delle caratteristiche di Gesù, descritta nei Vangeli, è che egli toccava le persone, soprattutto quelle ritenute indegne di essere toccate, come prostitute, persone ammalate, appartenenti ad altre tradizioni, ecc Ma soprattutto, egli si lasciava anche toccare, e questa era un’altra cosa che creava sconcerto….

Il tocco accade semplicemente attraverso la propria disponibilità di diventare canali divini. Non si fonda sulle capacità personali, o poteri straordinari. Questo è molto importante. Quindi se attraverso il tocco avviene una guarigione non vuol dire che io sono un gran guaritore, che possiedo poteri particolari. No, non c’entra proprio niente.

Uno dei requisiti fondamentali per il tocco è la semplicità.

Un aspetto tipico della religiosità che appare in contrasto con la semplicità del tocco, è l’uso della parola. Nelle attività religiose si usano molte parole, ed esistono tanti testi, preghiere, invocazioni. La parola è solitamente in relazione con la parte maschile, non in senso di genere, ma come polarità energetica. Nel cristianesimo il Cristo rappresenta la parola, il verbo incarnato.

Poi c’è l’aspetto femminile, incarnato da Maria, o dalle Marie, che non dicono quasi niente. Maria svolge un ruolo fondamentale nella dottrina cattolica, anche se sulla carta non dice quasi niente. Nel Vangelo ci sono solo un paio di battute da parte sua. Nonostante questo il suo ruolo è rilevante. Essa rappresenta ciò che è oltre la parola… È l’apertura verso il silenzio, il femminile. Questo non significa che il maschile non è necessario. Esso è essenziale perché conduce al femminile. È l’Intento che porta alla Funzione. Il maschile prende l’iniziativa e dirige l’energia, mette in moto il processo di guarigione, che si espande mediante il femminile, la parte silenziosa, che non contiene parole.

In superficie vi è un aspetto nel cristianesimo che è quello delle parole. Se tuttavia rimango a quel livello, perdo l’altro aspetto fondamentale di guarigione che opera nel silenzio. Nel cristianesimo è incarnato da Maria, o dalle Marie. C’è la Maria Vergine, e anche un’altra Maria, più controversa che è Maria Maddalena. Su quest’ultima il silenzio è ancora più pronunciato, perché di lei si sa poco e nulla. E qui non è importante sapere e dire delle cose, perché Maria è qualcosa che permane nel silenzio. Quindi non parlerò più a lungo di questo.

Nel rapporto col cristianesimo se io mi fermo al livello del maschile, del Padre, ecco che manca qualcosa di essenziale. Manca la parte della Madre, il femminile, che è un aspetto del silenzio.

Il Padre incarna la legge, le regole, mentre nel femminile incontro quello che c’è oltre la soglia di tali regole.

Un altro aspetto del lato femminile opera nel tocco. La parola serve per portare focalizzazione. Attraverso la parola incanalo la mente su un obiettivo, su un Intento, e poi è il silenzio che scaturisce da quella parola che crea la guarigione.

Se io vado direttamente nel silenzio rischio di diventare come un assorbente, una spugna che si impregna di qualunque cosa. E questo silenzio, ben lungi da essere una via di guarigione può diventare una via che porta grandi malattie. Quindi questo processo, questa via di guarigione che usiamo, il silenzio, è preceduto da parole, da un Intento che è espresso e consente di portare focalizzazione. Prima di aprire il sacro mistero del femminile questo ha bisogno di essere protetto, difeso, di ricevere energie che siano degne della sua sacralità. Queste energie io le invoco, le chiamo direttamente attraverso la parola, quello che dico, attraverso l’invocazione.

Nella pratica di guarigione operativa c’è l’espressione verbale, l’Intento, la mia invocazione, ed è il primo stadio. Qui io esco dal torpore. Il silenzio per se stesso è zero, nullità. Il silenzio di cui parlo si trova nel due, che viene dopo che io ho espresso la volontà di aprirmi al sacro, l’uno.

Ci apriremo adesso nelle pratiche che seguiranno all’uso della parola, dell’invocazione, del chiamare, del pensiero, dell’invocare Dio. Ci sono tanti modi per invocarlo. Uno di questi modi è usare una preghiera convenzionale.

Il vantaggio di una preghiera convenzionale è che non ho bisogno di ricercare le parole per rapportarmi con Dio. Basta che usi parole già stabilite per poi portare attenzione sull’energia della mia espressione. Ci sono cose che voglio comunicare che sono difficili da trasmettere con le parole. se uso una preghiera stabilita o un mantra tutta l’energia va in questa espressione e io la carico di quella mia forza emotiva senza il veicolo di parole. La recitazione di una preghiera è simile al tocco. Non mi esprimo mentalmente, non compio uno sforzo intellettuale, ma lascio fluire l’energia.

 

095Il Rosario

Nella tradizione cristiana vi sono diversi mantra o preghiere. Una tra le pratiche cattoliche più tradizionali è il rosario. L’Ave Maria è una tradizione tipicamente femminile che dimora nel silenzio femminile.

Questo che tengo in mano è un rosario tradizionale. Una cosa potente del rosario è il tocco. A ogni perlina è legata una preghiera. Io tocco la perlina mentre recito ciascuna preghiera. Il rosario è presente in tutte le tradizioni spirituali ed è antichissimo.

Questo, che vi mostro, è un altro rosario che si usa molto adesso, è il rosario missionario. Interessante notare che ci sono quattro colori equivalenti a quelli delle direzioni. C’è il giallo, il verde, il blu e il rosso e il bianco, associato al centro. Il rosario è strutturato in questo modo: abbiamo una parte che è verticale, la Croce e cinque perline, corrispondenti rispettivamente al segno della Croce, la preghiera del Credo, il Padre Nostro, tre Ave Maria e un Gloria al Padre. Questo è l’asse verticale. Poi c’è tutto il lavoro di circonferenza con le cinque decadi, sono cinquanta perline. Ogni sequenza è legata a un Mistero, molto brevemente, vi sono tre misteri, ognuno per ogni stadio, il Rosario completo è di 150 Ave Marie, quindi si fanno tre giri completi, ma in genere tradizionalmente se ne fa solamente uno in corrispondenza col mistero che c’è nel giorno. Ci sono tre misteri che sono recitati, il primo è il mistero della Gloria, della gioia che è in rapporto con la natività, e questo è il mistero legato all’Intento.

Il secondo mistero del rilascio, quello dell’agonia, del dolore, è legato al rilascio, alla crocifissione, dell’agonia di Gesù.

Il terzo mistero è quello legato alla redenzione, la resurrezione di Gesù, la Pentecoste e l’assunzione della Vergine Maria.

Papa Giovanni Paolo II nel 2002 ne ha inserito un altro, e ora sono quattro. Inserendo un quarto mistero, ecco che stranamente ci ha messo anche il quattro e l’asse orizzontale è riconosciuto.

Nel rosario abbiamo la rappresentazione dei tre stadi e tre misteri. E il rapporto con questi misteri, per questo si chiamano misteri, è esperienziale, non è legato alla parola. L’accesso ai misteri è disponibile solo a coloro che sono pronti ad entrare nella pratica stessa, che poi è inenarrabile, perché è un mistero, e non si può divulgare a parole.

Il rapporto con questi strumenti è inconscio, dentro di noi. Il quarto mistero è quello della luce. Esso tratta il livello orizzontale, ciò che il Cristo ha fatto effettivamente nella sua vita. Gli altri tre misteri sono solamente verticali: nascita, morte e risurrezione. E il quarto narra ciò che Cristo ha fatto in questa realtà: l’istituzione dell’Eucarestia, i miracoli, ecc. Il quarto mistero è in rapporto effettivamente con la guarigione in questa realtà. Si recita in genere il giovedì. Questo è solo un esempio per mostrare i paralleli tra la tradizione cristiana e la cosmologia sciamanica.

Ogni decade del rosario, inoltre, è composta in realtà da dodici preghiere, che sono un Padre Nostro, dieci Ave Marie e un Gloria al Padre. C’è anche una tredicesima preghiera, che non è ufficiale, ma è tuttavia assai impiegata, la preghiera di Fatima.

Quindi abbiamo il dodici per ogni decade, dodici preghiere più la tredicesima, che non è rappresentata nel rosario stesso, ma che è impiegata ugualmente.

Nel rosario missionario il giallo rappresenta l’Asia, il blu l’Oceania, il bianco l’Europa, il rosso l’America e il verde l’Africa. Questo è un modo per collegarsi con tutti gli abitanti della terra e per pregare e benedire. Allo stesso tempo mi allineo con cinque elementi e direzioni. Il quinto elemento non ha un colore perché è privo di forma, è il centro, il punto di mediazione neutrale. Rappresenta l’Europa, che qui si trova ad avere un ruolo di centralità, forse perché la Chiesa ha sede in Europa, a Roma….

L’utilità del rosario, come altre pratiche similari, è che quando è svolto con totalità conduce a uno stato di trance…

Nella pratica che svolgeremo a breve si tratta di portare l’attenzione al proprio Intento, di esprimerlo attraverso la parola, che in questo caso è quella usata nella preghiera del rosario. Se non ricordate la preghiera o vi risulta difficile usarla, impiegate un termine fisso, come per esempio le parole iniziali della preghiera. Potete dire semplicemente “Padre nostro” e “Ave Maria” invece dell’intera preghiera, ecc.

Trasmettete il vostro Intento tramite la preghiera, insieme alla vostra apertura al Divino.

Mentre recitate le preghiere forse vi accadrà di tutto a livello emotivo. Entrerete nel conflitto, nel piacere, nella gioia, nella rabbia, nella noia, ecc. Lasciate che tutto passi attraverso la preghiera.

La preghiera in questo caso non deve necessariamente piacervi o essere in armonia con il vostro pensiero. Si tratta di entrare nella vibrazione della preghiera e non nella sua forma. Stiamo lavorando con quello che c’è dietro la parola. Non importa quindi se la parola non vi aggrada. In questo caso l’obiettivo non è quello di trovare le parole giuste. Se mi metto a pensare a questo, perderò con molta facilità la connessione con l’energia, con il cuore.

Qui è l’apertura del cuore che conta. Certo, stiamo facendo un lavoro avanzato, nel senso che stiamo usando qualcosa che può pure chiudere il cuore, se ho resistenze verso il linguaggio cristiano. Voglio fare un lavoro di forzatura a questo riguardo, e allora, se c’è un blocco, forzatelo. Magari non è detto che funzioni, ma il vantaggio è che lo facciamo insieme, e non siamo in una chiesa. Stiamo lavorando su ferite fondamentali che esistono dentro di voi e nel collettivo, andiamo direttamente nella piaga, anzi ci andiamo subito.

 

Mano destra e sinistra

Esaminiamo ora alcune modalità tecniche del tocco astrosciamanico.

L’invito rispetto all’esperienza di prima è prendere coscienza di quello che vi è successo, accettando quanto avete provato, astenendovi da qualunque interpretazione. Avvedetevi pure delle resistenze. Una cosa importantissima nell’operare sugli altri è che io mi renda conto dei punti dove ci sono delle resistenze, senza giudicarle. Se c’è un blocco, questo non significa che deve essere sciolto. L’importante è che ne sia consapevole e che sia in grado di contattare Dio anche in presenza del blocco. Questa è la prova del nove del guaritore. Se posso guarire solo quando mi sento puro e privo di blocchi, lavorerò unicamente con la parte maschile. Ciò è utile, ma non mi apre all’altra parte. Nella guarigione che promoviamo la cosa più importante è che non solo il cliente può guarire, ma anche il guaritore. Se io potessi guarire gli altri solamente quando credo razionalmente di essere in condizione di guarire gli altri, non ci sarebbe nulla di miracoloso. Quando invece, pur stando malissimo, opero e si creano risultati di guarigione, allora la parte di me, la parte che appunto si identifica con i limiti, dice “cavolo, però c’è qualcosa d’altro che sta succedendo, mentre mi sembra di essere preda di tanti problemi!”

Nella guarigione astrosciamanica avviene una guarigione da tutti e due i lati, sia da parte del guaritore sia da colui che apparentemente è guarito.

Quindi importante è che noi ci rendiamo conto di queste resistenze così come anche è importante che ci rendiamo conto di quello che invece ci da forza, di quello che ispira, tutte e due le parti.

Nel lavoro astrosciamanico operiamo con due polarità, che sono identificate in uno spazio di assenza di giudizio. L’obiettivo dell’operatore è far in modo che ci sia consapevolezza rispetto alle due polarità. Nell’aspetto più elementare del tocco astrosciamanico abbiamo due mani, la mano destra e la mano sinistra. La mano destra rappresenta tutto quello che fa parte del mio Io cosciente, quello che io voglio. Essa rappresenta il mio Intento, quello che voglio personalmente, e anche il collegamento con Dio, nel modo che mi aggrada maggiormente.

La mano sinistra contiene tutto il resto. Tutto quello che non fa parte della mano destra lo rappresenta la mano sinistra.

La mano destra contiene tutto quello che desidero e voglio coscientemente, che mi fa stare a mio agio, mentre la mano sinistra tutto il resto, sia quello che non mi piace, sia quello che io non conosco, il mistero. La realtà di quello che succede avviene quando le due mani si uniscono. Allora riesco a capire cosa sta succedendo. Una mano rappresenta il nero e l’altra il bianco, però se c’è solo nero non si vede nulla, se c’è solo bianco si vede solo il bianco. Quando le metto assieme si definisce la forma. Metto nero su bianco o bianco su nero, e s’inizia a vedere qualcosa. Però prima ho bisogno di distinguere il nero e il bianco.

La mano sinistra non implica necessariamente qualcosa di spiacevole. Può anche essere qualcosa di molto più piacevole della mano destra, sebbene sia ancora sconosciuto oppure giudicato come negativo o proibito… L’obiettivo della guarigione è rendersi conto che sia la destra sia la sinistra sono la stessa cosa.

La consapevolezza dell’identicità delle due mani è di natura esperienziale e non intellettuale. Ecco perché si tratta dapprima di passare attraverso la diversità e la contrapposizione apparente delle due mani. Questo perché, sebbene io sono convinto dell’unità, vivo sulla mia pelle la separazione e ciò crea una contraddizione costante tra due parti di me, che definisco strategicamente come alto e basso, o mano destra e sinistra. Comincio da una mano, in genere quella che è più vicina e conosciuta, ossia la destra. Il contenuto di questa mano cambia secondo le persone. Per esempio, vi possono essere persone che nella mano destra identificano una vita casta, pura, disciplinata, e piena di espressioni armoniose e gentili, mentre nella sinistra ci mettono tutto quello che è in rapporto con forti emozioni, caos, toni accesi, abbandono all’istinto e al corpo. Vi sono altre persone che hanno una visione opposta, laddove la mano destra esemplifica l’abbandono alla natura, forti emozioni, ecc, mentre quella sinistra gli aspetti di controllo, discipina, ecc. Ognuno dà alla mano destra quello che è potente in quel momento. Sebbene la mano destra s’identifichi a livello generale con la parte maschile, essa può esprimere anche quella femminile secondo le circostanze della vita. Lo stesso vale per la mano sinistra.

Per riassumere, la mano destra rappresenta quello che in questo momento, ora, nell’affrontare una situazione presente, è la forza con cui mi sento maggiormente a mio agio.

Solo perché oggi mi sento più connesso con l’archetipo femminile non vuol dire che è sempre così. In ogni momento si tratta di accettare di mettermi in gioco, osservarmi e chiedermi “Qual è l’energia più potente in questo momento?”. Se uso l’energia più potente, essa mi può consentire di muovere il primo passo ed essere veramente autentico con me stesso. E ovviamente poiché io muovo il primo passo con l’intento di guarigione, o recupero dell’hnità, e usando l’energia più potente, ecco che qualunque passo sarà in una direzione giusta, perché è inteso a recuperare la parte mancante. La parte mancante arriva attraverso il richiamo della parte che è più forte, della parte che prende l’iniziativa. La parte più debole è ricettiva, è silenziosa, non si muove, attende. Attende che ci sia un movimento. La mano destra rappresenta la parte di me che in quel momento è più forte, che ha più potere e può prendere l’iniziativa, e quando l’ha presa ecco che la parte ricettiva risponde. Io non so cosa arriverà. Il rischio è questo, che è pure il mistero.

Ho solo da contemplare il mio Intento, la parte più forte, ma non è qualcosa che devo continuare a pensare perché la mano destra rappresenta l’Intento già di per sé. Anche se non so che cos’è, focalizzandomi sulla mano destra, l’Intento è attivato, e la mano sinistra rappresenta il resto. L’Intento è radicato nel corpo e si fonda sulla fiducia che la consapevolezza di tutto il resto arriverà attraverso l’operatività, attraverso il lavoro.

Vi invito a lasciare che la vostra mano destra diventi un CD che contiene tutte le informazioni del vostro Intento. Identificate ciò che percepite nella mano destra, sentite che è proprio qui, che è una rappresentazione del vostro Intento, di Dio. La decisione di quale mano impiegare è arbitraria, così come è arbitrario decidere in un paese da quale parte si guida. Alcuni magari non si troveranno a loro agio a guidare da un lato rispetto ad un altro. Non è tuttavia possibile in un ambito collettivo permettere di guidare in base a scelte personali, a destra o a sinistra. In questo contesto in cui lavoriamo di gruppo scegliamo una mano comune per motivi di rodine e sicurezza pubblica. Non deve essere la mano in effetti che io uso di più. Lavorando in gruppo preferisco che usiamo tutti la mano destra, poi se lavorate da soli potete pure cambiare le cose.

La mano sinistra rappresenta tutto il resto. Nel rappresentare tutto il resto ovviamente potenzialmente rappresenta anche cose che non sono piacevoli. La mano sinistra ha però la capacità di trasformare, di legittimare, di allineare al sacro tutto quello che apparentemente non è piacevole. Non è un discorso antagonistico, l’obiettivo è unire le due mani. Tuttavia, nella fase che precede questa guarigione, si tratta di accettare il conflitto e anche la contrapposizione esistente fra le due parti. Come ho spiegato altre volte, nel lavoro di guarigione la parte più importante non è il momento in cui c’è la guarigione plateale in cui tutto si unisce, quando c’è il lieto fine. No, quello è semplicemente il risultato di aver affrontato una parte in cui c’è una gran tensione, di essere passati attraverso il momento in cui si blocca il processo di guarigione.

Tutto questo lavoro che facciamo è finalizzato ad accettare il momento di tensione, quando il conflitto si esalta e confidare che attraverso l’esternazione del conflitto in un ambito sacro avviene la guarigione. Questa guarigione non sarà il prodotto di uno sforzo intellettuale o emotivo, ma semplicemente il risultato della grazia Divina, dell’intervento di Dio. E’ qui che c’è proprio il mistero perché vado al di là delle mie capacità individuali, personali, e mi avvedo che c’è qualcosa d’altro di più grande che opera e da qui procede il miracolo. Si parte dal livello uno da cui c’è in genere molto potere e poi vado nel due in cui mi ritrovo nel pantano, nel conflitto.

Parto da un momento d’esaltazione in cui c’è forza perché c’è Dio, c’è potere, c’è chiarezza e poi ovviamente, siccome il mio invito è finalizzato alla guarigione, ecco che l’energia mi porta in una situazione che necessita guarigione, in cui c’è tensione. Quello che succede alla maggior parte delle persone è che non appena arrivo nel conflitto tutto si blocca ed essi scappano via. Ma intanto il conflitto continua a esserci, ma non lo voglio vedere, non m’interessa, e non lo affronto fin tanto che non arriva il momento in cui arriva prepotente per essere guarito a tutti i costi.

L’ego vuole eliminare la possibilità di contattare Dio, l’ego vuole riuscirci con le proprie risorse. Se io non ci riesco vuol dire che non sono capace e abbandono tutto. Quello che vogliamo provare qui è che con le mie risorse non ci riuscirò mai, ed è naturale che io non ci riesca perché si tratta di riuscire con la partecipazione di Dio.

A livello tecnico che cosa è che occorre fare? Occorre avere un Intento, una disponibilità a chiamare il Divino in una maniera che mi è congeniale ed esprimere il proprio Intento nella pratica del tocco astrosciamanico attraverso la mano destra, attraverso l’uso della mano destra sul proprio corpo o sul corpo di un’altra persona o su oggetti o cose.

Dopo aver espresso il proprio Intento con la mano destra, si tratta di dare spazio a quello che resta, e di esprimere ciò toccando una persona, se stessi o degli oggetti. La pratica che vi spiegherò più nei dettagli tra breve è semplicemente questa: identificare due aspetti dell’energia, una parte di cui sono cosciente, che mi piace e un’altra parte di cui non sono cosciente, che non mi piace. Si tratta di lasciarle nella loro tensione, nel conflitto senza voler trovare una soluzione, di abbandonarsi alla forza divina e ricevere quello che giungerà nel terzo stadio, che è il dono.

Le prime due fasi richiedono uno sforzo, nel senso che occorre che sia disposto ad affrontare la parte destra e sinistra, gli aspetti di luce e quelli d’ombra.

La terza fase implica un ascolto, rimanere nel silenzio e non fare più nulla perché in quel momento è Dio e il tocco che agisce.

Quello che ho da fare nel terzo stadio è essere disposto a ricevere e sentire che non devo fare tutto io. La guarigione consiste nel consentire al Divino, in qualunque espressione si manifesti, di intervenire perché io stesso ho richiesto l’intervento.

Allora nella pratica con un partner quello che accade è che se sono passivo, il partner diventa rappresentante del tocco divino. Nel momento in cui comincia ad operare su di me, ecco che si attiva il terzo stadio.

La guarigione spirituale implica un rapporto fra la parte fisica e quella spirituale. Questo significa che l’agente della guarigione implica qualche cosa di fisico. Attraverso l’operatività di un altro essere umano, di qualcosa di fisico, Dio parla a me direttamente. Io non posso vedere Dio direttamente, ma posso vedere e sentire Dio mediante le persone che mi circondano.

Nel partner che è attivo avviene un processo analogo seppure da una prospettiva diversa. Anche il partner attivo accetta la parte destra e la parte sinistra e poi si abbandona all’azione divina, diventa tramite di quest’azione divina e si arrende a quello che opera attraverso di lui perché lo ha invocato.

Nel tocco astrosciamanico elemento fondamentale è il fatto di chiamare, di invocare. Quest’energia, è come un interruttore. Io la chiamo. Non succede nulla se non la chiamo. Nel tocco è importantissimo l’atto di volontà, chiedere l’intervento, chiedere, chiamare la Guida.

Sia nel ricevere aiuto e sia nel darlo, uso la mano destra. Attraverso la mano destra io esprimo questo.

 

 

27 gennaio 2008, Portali Multidimensionali dei Sensi:

Corso Base Annuale di Tocco di Guarigione Astrosciamanica

Primo Seminario con Franco Santoro

 

Se provo un gran dolore o pensieri negativi, posso mettermi in condizione di ascoltarmi, ed essere ricettivo. Ma se ho da fare qualcosa che è importante in quel momento, per cui questi pensieri mi bloccano, allora non è produttivo rimanere in ascolto, ed è importante sviluppare la capacità di chiudere i propri canali.  Io non ho un potere assoluto, però ho un certo livello di potere e di scelta in alcuni momenti, per cui quando l’ascolto non è più ascolto, ma è diventare pensieri ed emozioni distruttive, ecco che ho il diritto di bandirli e di chiamare la forza divina. E’ importante ascoltare sempre alla presenza di Dio, non ascoltare da soli. Ascoltare qualcosa di negativo da soli è come darsi in pasto ai leoni nel Colosseo. Quelli mi sbranano! In qualunque circostanza, sia passiva, ricettiva o attiva, occorre che ci sia la presenza del Divino. Non ha senso bandire da solo, non è produttivo. Mi sto solamente reprimendo, mi sto soffocando e i pensieri negativi si rafforzeranno ancora di più.

La preghiera mi può proteggere da molti tipi d’attacco. In effetti, più entro in fase di connessione col Divino più mi rendo conto dei tanti momenti in cui non sono connesso col Divino. Succede una rivoluzione a livello interiore perché comprendo quanto sono distaccato dalla verità, quanto una parte di me s’identifica con un’identità che non esiste, che è separata. Questo crea un grande shock, ed è importante essere gentili con se stessi. In effetti, noi recitiamo in continuazione delle preghiere. Il rosario lo recitiamo in continuazione, 24 ore su 24, ma il rosario principale è il rosario dei pensieri negativi che si ripetono continuamente. Continuamente lo fanno e noi accettiamo che essi lo facciano. Per cui si tratta di interrompere questo rosario recitato nella nostra mente 24 ore su 24 da forze che bloccano la nostra libertà, e il rapporto col Divino e con chi siamo veramente.

La preghiera è molto utile perché è qualcosa che io decido di fare. Pur essendo altrettanto monotona di quella recitata nel nostro inconscio, ha questa capacità di inserire un altro segnale che crea una rivoluzione nel nostro essere. Pregando o meditando e facendo delle pratiche regolarmente, il corpo stesso diventa una preghiera vivente ed è in grado di trasmettere la guarigione negli altri, anche se non ne siamo coscienti. Il corpo stesso vibra nella preghiera, nel desiderio di rapportarsi con Dio, in qualunque circostanza, sia nello stato di tranquillità, di serenità meditativa estatica, sia anche nella sofferenza, nel senso di essere separato, nel desiderio di incontrare l’Amato. Quindi gode sia delle vibrazioni alte che delle vibrazioni basse perché tutte vengono accettate nel rapporto col Divino, ed è questo che viene coniugato nel tocco, questa passione incondizionata, che tutto abbraccia e tutto contempla. E questo è un aspetto santo.

Un altro aspetto molto importante è quello che accade nel tocco. C’è l’attrazione del toccare e c’è anche una parte che ha resistenza verso il tocco. Ogni volta che applico il tocco, ogni volta che entro in una relazione fisica, ecco che ci sono sia le condizioni per una guarigione, ma anche le condizioni per una cattività, per essere imprigionati, per essere bloccati. Ogni volta che applico il tocco, con questo tocco posso guarire e posso anche recare danno, ecco perché è talmente delicato il momento del tocco, perché attraverso il tocco io divento Dio in qualche modo. Il guaritore diventa Dio. Sono rappresentate le due parti, una rappresentazione sacra. Tuttavia se questa rappresentazione si blocca nell’orizzontale, alimenta la separazione.

Nel tocco c’è un elemento di gran pericolosità, ed ecco perché in molte tradizioni spirituali non è assolutamente utilizzato per evitare questo rischio, ed è una buona ragione. Ecco perché in tutte le tradizioni spirituali ci sono voti di castità e astinenza, limitazioni nell’uso dei sensi, non perché sono repressi, e così via, ma perché ci sono delle buone ragioni. È molto facile liquidare queste cose con poche battute o con interpretazioni psicologiche. Ci sono dei motivi per cui l’aspetto sensuale non viene consigliato, perché ha degli elementi di rischio, e quindi nel momento in cui opero a un livello fisico occorre che mi renda conto di questi elementi di rischio. Sto lavorando col fuoco, sto lavorando proprio con la ferita principale. Il lavoro col tocco serve a dimostrare che il tocco non è necessario. La finalità del tocco astrosciamanico è dimostrare che non è indispensabile toccare.

La parte di me che ha resistenza verso il tocco non è una parte puritana, ha anche un aspetto molto profondo, un aspetto che teme di rimanere imprigionato nella dipendenza del tocco, che ha la memoria di tutta la sofferenza del passato, della mia vita e di altre generazioni dovuta a questa dipendenza ed al dolore seguito nel momento in cui c’è stata una separazione da qualcosa di fisico. Ecco perché lavoreremo molto a distanza fra di noi, in gruppo, per creare un collegamento che tiene due persone unite energeticamente, ma in cui non c’è l’operatività del corpo.

Un gran dono per tutti è condividere il proprio modo di contattare Dio, il sacro, il proprio canale privilegiato, che cosa succede in quel momento, fisicamente ed emotivamente.

Un modo che io ho usato per tanto tempo per collegarmi, per attivare l’asse verticale, consiste nell’apertura del Sacro Cono. Il Sacro Cono è lo Spirito Santo o il Sacro Cuore di Gesù, però siccome alcuni hanno resistenza con questi termini, uso il termine Sacro Cono, che è un termine laico ed è anche il termine che mi arrivò in una visione. C’è tutta una tradizione che si fonda sul Sacro Cono, fin dai tempi dei Babilonesi, all’inizio della storia umana, in cui il Sacro Cono significa proprio quello che ha significato per me in quella visione.

Una cosa che può bloccare moltissimo è pensare che per contattare Dio devo fare qualcosa di estremamente complesso.  Se io semplicemente lo chiamo, non va bene, è troppo facile. Occorre una certa concentrazione, occorre che lo chiami in un dato modo… Invece ho notato che semplicemente chiamandolo, anche con disattenzione, qualcosa di molto potente succede. È molto importante chiamare, usare qualunque modo. Se non ho quello stato di profondità che mi aspetto di avere nel chiamare il Divino, lo chiamo in uno stato di mancanza di profondità. Occorre che mi presenti per quello che sono, senza nascondermi, senza cercare di cambiare la mia natura. In questo modo avviene l’allineamento. È molto importante usare pratiche semplici, in qualunque circostanza.

Pratiche molto utili sono pratiche di pochi secondi, in cui faccio un’affermazione: “vieni, Signore.”

Maràna tha (Signore, vieni) è l’invocazione o formula di preghiera cristiana in lingua aramaica più antica.

“O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto.” è l’invocazione iniziale della liturgia delle ore della Chiesa Cattolica e di altre denominazioni cristiane.

L’uso di questa e altre invocazioni ha effetti molto potenti. Ci pone in una situazione in cui possiamo chiamare il Signore, Dio e ogni suo altro equivalente eliminando la dipendenza, lo stato di vittimismo in cui siamo paralizzati dalla paura. Questo consente di avere un dialogo regolare. Un’altra pratica è quella appunto di avere con Dio un dialogo regolare, costante, come se fosse sempre, e lo è in effetti, vicino a noi. Come fanno i bambini che hanno il loro Angelo Custode, ecc. Un altro modo è tormentare Dio, in ogni momento, chiamarlo in continuazione con insistenza, non mollarlo mai.

Se volete fare un regalo ai vostri compagni, parlate del vostro rapporto con Dio, di quello che vi dà forza. È una delle cose più grandi che si può condividere con una persona.

Un altro aspetto, che è l’aspetto fondamentale del lavoro, è riuscire a conquistare un modo alternativo, insperato, di contattare il Divino. Da un lato abbiamo il canale privilegiato, abbiamo sentito come ognuno di noi ha un suo modo, dall’altro c’è, e questo è rappresentato dalla sinistra, dalla parte oscura, qualcosa che è il contrario, qualcosa che continua a tormentarci e che ci allontana da Dio. L’astrosciamanesimo nasce in un contesto essenzialmente non dualista, che non contempla la dualità.

Nel primo stadio ci colleghiamo con un punto in cui ci sentiamo bene, nel secondo stadio l’obiettivo è appropriarsi di un altro canale altrettanto potente nel rapporto con Dio che è stato invaso dall’ego, come un territorio florido, pieno di abbondanza, di mare, di sole che è stato invaso da mostri.  E ovviamente finché non mi riapproprio di questo territorio mi manca qualche cosa, e sono sempre i territori più invidiabili, più belli che sono invasi dalla separazione, perché sono quelli che mi consentono un accesso più privilegiato verso il Divino. Tuttavia nella parte che mi disturba c’è un segreto, ed è un segreto di luminosità, di bellezza, che comprendo aprendomi al disturbo, in compagnia di Dio. Il primo stadio mi serve per individuare la parte oscura con la luce e per vedere la luce nell’oscurità. Ogni volta che ci confrontiamo con una paura, con un terrore, con un fastidio, ci confrontiamo con una zona in cui c’è un tesoro nascosto. Tuttavia non possiamo trovare questo tesoro se siamo in una condizione di paura e di terrore, ed è il rapporto col primo stadio che mi consente di andare nel secondo senza paura.

 

© Franco Santoro

 

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