Trance e stati sciamanici di coscienza

aaaqAIl termine “trance” deriva dal latino “transire”, che significa “andare oltre” o spostarsi da uno stato a un altro. Sebbene questa parola nel linguaggio consueto sia associata con stati di coscienza alterati e fuori dell’ordinario, nella realtà pratica la trance si estende in ogni aspetto della vita umana, la meditazione, il viaggio sciamanico, il sogno al guardare la televisione, leggere il giornale e fare i lavori di casa. Vi sono diversi tipi di trance, consapevoli e inconsapevoli. La tipologia più diffusa è la trance inconscia, in cui scambiamo quello che crediamo ci succeda, la nostra percezione illusoria o limitata della realtà per la realtà effettiva.

Entrare in trance cosciente o in uno stato sciamanico di coscienza, significa muoversi in una condizione estatica di consapevolezza, con una percezione che va oltre ciò che i sensi fisici apparentemente segnalano. Ciò che percepiamo nella vita ordinaria corrisponde esclusivamente ai tipi di realtà cui abbiamo deciso di attribuire un significato. Ci siamo condizionati a vedere il mondo secondo un certo programma e, quando spostiamo la consapevolezza, muovendoci oltre la mente ordinaria, che continua sempre a ripetere quel programma, allora possiamo percepire il mondo in un altro modo.

Una delle prospettive essenziali dello sciamanesimo è che non siamo esseri fisici: siamo campi di energia o facciamo parte di un Tutto o piuttosto, e in un’accezione più propriamente sciamanica, l’intera nozione di io, noi, intesa come separata da tu e loro, non ha alcun senso.

Negli ultimi millenni l’umanità pare essersi allontanata da questo tipo di consapevolezza per confinarsi quasi esclusivamente nell’identificazione con il corpo fisico e nell’idea di essere un’unità frammentata (poco importa se la chiamiamo ego, personalità, sé o anima). Un modo in cui possiamo riuscire di nuovo a percepire gli altri e il mondo nella loro forma di unità originaria è attraverso i viaggi e le esperienze sciamaniche.

La trance e gli stati sciamanici di coscienza fanno parte della struttura genetica di base degli esseri umani. Ognuno di noi ha il bisogno genetico di avere esperienze estatiche. Il problema è che tali esperienze, come evidenziano molti dei termini impiegati per identificarle (alterazione della coscienza, trance, ecc.), sono spesso considerate anormali e pericolose. Nella maggioranza delle società umane contemporanee esse non sono accettate socialmente e non trovano alcun posto nei sistemi di educazione. Di conseguenza finiscono sovente con l’esprimersi attraverso manifestazioni devianti come alcoolismo, tossicodipendenza, criminalità, perversioni, ecc. o attraverso l’uso di sostanze allucinogene.

Buona parte dell’umanità sembra vivere in uno stato di ecstasy deprivation (privazione dell’estasi), come lo chiama l’antropologa Felicitas Goodman, una mancanza di trance consapevole, pura, naturale, non repressa o indotta artificialmente da droghe e allucinogeni. L’esperienza di trance estatica è un bisogno fondamentale per l’uomo. Il contatto con la fonte di soddisfazione di tale bisogno è disturbato da qualcosa che è successo in un passato che si estende ben oltre le documentazioni storiche ufficiali.

Secondo alcuni antropologi, le esperienze estatiche e il rapporto con le realtà non ordinarie costituivano l’aspetto tipico dei popoli che vivevano anticamente sul nostro pianeta. Si trattava di gente nomade, dedita alla caccia o alla raccolta ciclica dei prodotti della terra, che col tempo finì con l’estinguersi o trasformarsi in agglomerati tribali fondati sull’orticoltura. Con questo passaggio, dalla caccia, o raccolta spontanea, all’orticoltura, si accelerò il processo di separazione dalla coscienza dei popoli precedenti. Con lo sviluppo delle società agricole e in seguito di quelle urbane, questo processo divenne poi definitivo. Le documentazioni sulle esperienze estatiche delle popolazioni primordiali iniziarono probabilmente a svilupparsi allorché le società basate sull’orticoltura si erano già insediate. Queste società tramandarono una serie di strumenti e istruzioni al fine di preservare l’accesso alle esperienze dei loro antenati. Il procedere degli eventi accentuò tuttavia la separazione da questo vissuto e lo rese in seguito incompatibile con la prospettiva dualistica di dominio e potere che prevalse su gran parte del nostro pianeta.

Nelle società recenti sono state generalmente ignorate altre possibilità di percezione oltre quelle del corpo fisico. Le cose che vedo con gli occhi fisici, identificate con un nome e uno spazio specifico, sono state estratte dalla loro unità originaria e trasformate in entità separate. Esse possiedono contorni netti e sono distaccate tra di loro da aree definite in genere come niente o vuoto. Il riconoscimento delle entità separate attraverso la negazione degli spazi di vuoto rappresenta la condizione su cui si fonda la percezione ordinaria della maggior parte degli esseri umani.

Vediamo e identifichiamo gli spazi fisici a cui abbiamo deciso di attribuire un significato, ma non vediamo nulla nelle aree che esistono tra questi spazi perché abbiamo stabilito che esse non possiedono alcun senso.

L’umanità sembra vivere in una realtà simbolica in cui solo ciò che è definibile convenzionalmente assume significato, mentre tutto il resto scompare dal campo della visione e dimora in una dimensione circondata dal mistero.

Ci siamo allontanati da qualcosa di cui un tempo eravamo consapevoli, instaurando una mitologia di separazione dove l’unità e l’estasi sono i tabù più radicati. Poiché crediamo di essere individualità distinte dagli altri e dall’ambiente, tendiamo a investire notevoli energie per sfruttare i nostri simili e la Terra, agendo come le cellule separate di un tumore. Questo provoca danni immensi al pianeta e a noi stessi.

Così come ci siamo separati dalla Terra, allo stesso modo abbiamo tagliato i ponti con la dimensione del Cielo. Attraverso l’adesione cieca ai condizionamenti religiosi e sociali, ci siamo negati l’accesso diretto al Divino, rassegnandoci a ricorrere a strutture gerarchiche che detengono il potere spirituale e che fungono da mediatrici tra noi e Dio.

Nella pratica sciamanica ognuno può ottenere la sua visione ed esperienza spirituale senza mediazioni da parte di strutture prestabilite. Per recuperare questa esperienza non si tratta tuttavia di combattere le strutture gerarchiche o di colpevolizzare le autorità politiche e religiose. Questo è quello che l’uomo ha continuato a fare fino a ora e ciò è servito, a mio vedere, solo a creare maggiore rancore e separazione.

Per conseguire la visione e l’esperienza estatica occorre rinunciare al vittimismo. È l’attaccamento a questa condizione che ci impedisce di prendere responsabilità e  ci spinge ad agitarci freneticamente nella ricerca di un benessere che non giungerà mai.

Secondo la visione sciamanica, così come la percepisco, la vera rivoluzione consiste nell’avere il coraggio di affrontare il mondo interiore poiché è da esso che emana tutto ciò che sembra esistere al di fuori. Ciò non significa che occorre limitarsi a fare viaggi sciamanici o a entrare in stati di trance. Queste esperienze sono importanti, ma è necessario compiere anche azioni fisiche.

Talvolta si tratta di essere semplici e di vedere il mondo con l’ingenuità di un bambino. Per esempio, possiamo andare tra gli alberi in mezzo alla natura, e prendercene cura o parlare con essi. Gli alberi e gli animali troveranno un modo per rispondere e per dirci qualcosa su noi stessi.

Qual è la differenza tra gli uomini e le piante? Esse non giudicano. Noi creiamo problemi complicati con i nostri giudizi e la convinzione che i nostri problemi siano dovuti a qualcosa che ci è stato fatto o che esiste al di fuori di noi. Quando lo facciamo, creiamo ulteriori separazioni e contribuiamo solo ad aumentare lo stato di malessere.

Altre azioni fisiche riguardano gli aspetti ordinari della vita: lavorare, cucinare, camminare, giocare, lavare, guidare, parlare, ecc. In ogni momento posso scegliere di percepire da una prospettiva sciamanica.

In occidente ciò che conta è la meta. Per ristabilire la connessione con la Terra e il Cielo ciò che importa è il presente, non la destinazione. Le trance o stati sciamanici di coscienza hanno a che fare con il presente e con il farci uscire dalla trance più pericolosa: quella dei condizionamenti e delle convenzioni quotidiane.

La realtà è che sulla Terra siamo sempre in un qualche stato di trance e il lavoro effettivo consiste nell’imparare a equilibrare tali stati e a comprendere che non possiamo entrare in una trance sciamanica senza venir fuori dalla trance in cui già ci troviamo. Quando v’è squilibrio viviamo in uno stato di allucinazione in cui percepiamo dolore, rabbia e ogni tipo di rancore. Quando v’è equilibrio scegliamo di aprirci consapevolmente solo agli stati di trance che apportano amore, estasi, pace e ogni tipo di benessere a noi stessi e agli altri.

Aprirsi agli stati sciamanici di coscienza e alle realtà non ordinarie significa dire veramente sì alla vita ed essere pienamente responsabili. Vuol dire accettare di diventare una parte cosciente dell’universo, scegliere di avere fiducia in un disegno divino, identificarsi con la massima espressione di luce del nostro essere e andare ancora più avanti per proiettare questa luminosità su tutto ciò che ci circonda. È un processo che richiede solo il nostro consenso individuale.

In definitiva, si tratta di una scelta tra uno stato di totale presa di responsabilità riguardo la propria percezione del mondo e una condizione di vittima passiva ad eventi determinati da altri. La presa di responsabilità avviene in modo graduale, tramite un’opera progressiva di guarigione che attraverso prove ed esperienze libera via via blocchi e rancori.

È un processo doloroso per l’ego in quanto l’impossibilità di individuare colpevoli all’esterno gli impedisce di trovare un luogo di rifugio per preservare le sue allucinazioni. Allo stesso tempo, questo processo è un atto di amore inteso a determinare con cautela l’accesso ai propri inesauribili strumenti di potere. Questi strumenti sono rimasti sepolti nei territori inesplorati del mondo interiore. L’unico modo per accedervi consiste nell’andare oltre la trance della realtà cosiddetta ordinaria. Ciò può accadere spontaneamente e senza l’impiego di procedure particolari.

La precarietà e l’illusorietà della realtà convenzionale è tale che chiunque può accedere alla percezione di ciò che esiste al di là. A questo riguardo si tratta solo di prendere in considerazione e sviluppare una serie di esperienze a cui comunemente non si attribuisce alcun senso: per esempio, sogni, visioni, fantasie, intuizioni, ombre, spazi di vuoto tra un oggetto e l’altro, ecc. Una modalità più operativa consiste nell’impiegare tecniche specificatamente sciamaniche. Il loro compito è creare spazi di vuoto nella coscienza e facilitare così l’accesso a nuovi canali di comunicazione.

L’esperienza di base dello stato sciamanico di coscienza è di carattere estatico e un mezzo importante per realizzarla consiste nell’impiego di particolari stimoli, in grado di produrre alterazioni nelle percezioni fisiche, e nel riferimento a un contesto rituale e religioso. A questo riguardo sono state tramandate diverse possibilità. Talvolta si tratta di metodi cruenti o di difficile gestione, come il ricorso a sostanze velenose o piante allucinogene, lunghi digiuni, pratiche dolorose di iniziazione, ecc. In altri contesti vengono impiegati strumenti non traumatici e gioiosi, come il canto, la danza, il tambureggiamento, determinate posture del corpo, o altre semplici pratiche rituali. Mentre i primi metodi espongono al rischio di ripercussioni dannose sul piano fisico o mentale e necessitano in genere di una preparazione raramente accessibile all’uomo contemporaneo, i secondi, oltre a essere molto efficaci, sono sicuri e alla portata di chiunque desideri sinceramente avere un’esperienza sciamanica.

“La trance nella cultura occidentale” dice Michael Harner “è spesso associata con l’attività medianica, che a sua volta è sovente caratterizzata dall’amnesia. Il medium che parla in stato di trance medianica in genere non ricorda ciò di cui ha avuto esperienza. Inoltre la trance medianica comporta una presa di possesso delle facoltà del medium da parte di una qualche entità spirituale. E questo non è affatto ciò che accade nello stato sciamanico di coscienza poiché qui si è in grado di ricordare quello che è successo e […] non v’è perdita di controllo delle proprie facoltà come nei cosiddetti casi di possessione da parte di entità esterne”.[1]

Per lo sciamano, inoltre, la trance o la visione non costituiscono l’obiettivo: ciò che conta è riportare conoscenza e potere per guarire sé stessi e gli altri e dare così un contributo alla rigenerazione della vita sociale. Nelle antiche culture tribali la trance veniva riconosciuta come tale e aveva quindi un suo posto preciso nell’ambito della struttura sociale.

Una volta che si raggiunge lo stato sciamanico di coscienza, l’elemento decisivo che determina l’esperienza estatica è sempre rappresentato dalla volontà di riceverla. L’esercizio di questa volontà richiede pratica e pazienza in quanto si scontra sovente con il muro di ostacoli (dubbi, paure, incertezze, sfiducia, ecc.) messo in piedi dai sistemi di censura dell’ego.

Nonostante le forti opposizioni e i condizionamenti culturali contrari, gli stati non ordinari di coscienza sono regolarmente oggetto di esperienza da parte di ogni essere umano. Ciò che manca semmai è la disponibilità a riconoscerli o dare a essi importanza. Per coloro che sono disponibili ad aprirsi a questa strada e che si mettono effettivamente in cammino, le risposte ben presto arrivano in modo inequivocabile e cristallino. Un mondo estatico e meraviglioso si definisce in tutti i suoi particolari e dona un senso di indicibile amore e bellezza. Quando ciò accade, la classica domanda che si pone la maggior parte dei ricercatori è: “Ma mi sto inventando tutto?”. La risposta a tale quesito è la chiave segreta del lavoro sciamanico.

© 1999 Franco Santoro

[1] “The Ancient Wisdom in Shamanic Cultures: An Interview with Michael Harner conducted by Gary Doore” in Shirley Nicholson (ed.), Shamanism: An Expanded View of Reality, The Theosophical Publishing House, p. 15.

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