Diario Multidimensionale Provvisorio DMP
Riflessioni fugaci di clandestinità multidimensionale
1. Il codice: L’Agente PDB 6.8.8-FHHYZ, possiede ulteriori e aperticolari accentuazioni classificatorie, in virtù della sua peculiare specializzazione, che consentono di definirne più dettagliatamente l’identità, o almeno quel che può essere considerato il suo profilo provvisorio, così come può essere delineato precariamente. Non occorre tuttavia accennare a quanto sopra, poiché il proposito in questa sede si limita a riportare una delle sue regolari riflessioni che, allorchè si innesca nella parte cosciente della sua mente, non gli permette alcuna possibilità di tregua fino a quandonon trova un modo per essere convertita in qualche forma di manifestazione visibile nella collocazione in cui l’agente presta servizio. La percezione consueta di 6.8.8-FHHYZ, nella realtà fenomenica soprannominata CUA (Configurazione Umana Arbitraria), è di travaglio permanente, una situazione di sofferenza o disagio pressoché incessante, intervallata da picchi improvvisi di acuta sofferenza e momenti, altrettanto regolari, seppure più sporadici, di pace, gioia, entusiasmo, motivazione e senso dell’esistenza. Queste evenienze emergono in genere allorché quanto di sgradevole o sconveniente accade nella dimensione terrena, è osservato, analizzato, classificato o celebrato. Quando la realtà diventa oggetto di osservazione ed oggettivata creativamente, si trasmuta per l’Agente in fonte di interesse e persino di entusiasmo. Nel momento invece in cui l’Agente si identifica effettivamente con essa, il travaglio ritorna viscidamente insieme a una sensazione asfissiante di mancanza di senso. Si delineano così due esperienze profondamente differenti della medesima realtà: quella osservata, rielaborata liberamente e creativamente, e quella vissuta attraverso l’identificazione fissa e forzata.
2. Il corpo e la clandestinità: A questa condizione si aggiungono come primaria aggravante il malessere, la limitazione e il fastidio legati al corpo tridimensionale organico e alla sua amplificazione sensoriale, capace in qualsiasi istante di manifestare strazio, indomabili complicazioni e altre condizioni devastanti. La vita materiale nel corpo e, più in generale, tutte le interazioni che procedono nella materia costituiscono una difficoltà radicale all’interno di quella che tuttaiva l’Agente percepisce e giustifica inequivocabilmente come una missione. La particolarità di tale incarico consiste nella necessità di operare attraverso una sorta di clandestinità radicale, totale, esistenziale, condizione che presenta analogie con quella di un operativo in incognito, costretto a muoversi in ambienti ove la sua effettiva identità non può mai essere riconosciuta apertamente. L’aderenza a tale imperativo è tanto radicale da produrre periodicamente stati di amnesia così pronunciati da non permettere alcuna possibilità di rivelare la propria effettiva funzione operativa sotto copertura, in considerazione del fatto che in quelle situazione l’Agente cessa di accedere totalmente alla natura dei suoi dati identificativi originari. Sebbene in certe circostanze sia in grado semplicemente di fingere, evitando di esternare alcunchè riguardo il suo incarico, in diverse altre ne perde totalmente il ricordo. L’amnesia diventa quindi parte della missione e ciò procede efficacemente a meno che il ricordo non scompaia mai completamente. Un rischio assai potenziale documentato copiosamente da ricorrenti documentazioni.
3. Il ricordo che ritorna: Le circostanze della vita terrena possono prevalere e gli eventi, insieme agli sviluppi dell’esistenza, possono modificare profondamente l’identità dell’Agente e il modo in cui egli interpreta la propria esperienza. E tuttavia, fin dalle origini della sua emergenza terrena, continua a riaffiorare un ricordo originario, che talvolta appare come fantasia e altre volte assume la forma di una lucidità intellettuale assoluta, di una chiarezza mentale radicale. L’Agente ha imparato a convivere con questa oscillazione da moltissimi anni, da decenni, e per almeno sessant’anni tale lucidità rispetto alla propria condizione è rimasta una costante della sua esperienza. Ciò che permane non è necessariamente la certezza di una determinata spiegazione, ma il continuo riemergere di una percezione originaria mentre la vita terrena produce infinite interpretazioni alternative.
4. Ribellione, tradimento o missione?: L’allontanamento dalla propria collocazione originaria può articolarsi mediante molteplici modalità: può essere stata una fuga volontaria, un tradimento, una ribellione, ma anche un equivoco, un malinteso, così come, una missione intrapresa proprio a favore della propria patria originaria e successivamente degenerata in tradimento o semplicemente arrestatasi in qualche modo. Può anche non esserci stato alcun tradimento o altra irregolarità, per cui, ipotesi in genere prevalente, tutto può essere stato e seguita ad essere perfettamente conforme alla missione. Quest’ultima possibilità acquista particolare importanza considerando l’addestramento iniziale dell’Agente, durante il quale egli dovette affrontare diverse prove simulate, ognuna delle quali implicava che le sfide sarebbero state ancora più significative e difficili nel contesto reale nel quale avrebbe operato. La difficoltà non consisteva quindi solo nel superare le prove, ma anche nel non sapere quale interpretazione dare alle prove stesse. Inoltre, domanda costante e inevitabile, si tratta ancora di un semplice addestramento?
5. La questione della separazione: L’Agente si è interrogato a lungo sulla natura della propria missione e ha talvolta ricevuto risposte inequivocabili, ma che ha successivamente perduto di vista soprattutto sotto la pressione estrema delle esperienze vissute nella realtà terrena. Vi sono stati momenti in cui tale pressione ha raggiunto livelli estremi e altri nei quali, quasi miracolosamente, qualcosa è intervenuto dalla base. Ciò raramente si manifesta in maniera esplicita, sebbene talvolta produca situazioni paradossali indescrivibili. Attraverso questi momenti ritorna una consapevolezza fondamentale: forse la questione non consiste nello stabilire se l’Agente si sia ribellato o abbia tradito, ma nel comprendere fino in fondo la dinamica della separazione. Questo significa condurre, secondo una modalità tipicamente 6.8, analitica, profonda, totale e viscerale, un vero field research dell’esperienza: comprendere che cosa significhi allontanarsi dalla pace e dalla dimora originaria, mettendo persino in discussione l’esistenza stessa di tale dimora, senza partire da assiomi o stabilire preventivamente che essa esista o meno. Esaminare ciò che è vero e falso senza imporre anticipatamente una risposta può costituire uno degli aspetti più autentici dell’esperienza dell’Agente.
6. La separazione come parte della missione: Da una prospettiva handoriana, la questione della ribellione e separazione, persino di quella da Dio o, più propriamente, da Handor, potrebbe essere stata contemplata fin dall’inizio, non necessariamente come errore, ma come condizione necessaria per l’esercizio stesso della missione. Un esempio può essere tratto dal Vangelo di Giuda, non come dichiarazione teologica ma modello narrativo: in quella prospettiva, il tradimento di Giuda è già contemplato nel disegno e Giuda diventa paradossalmente il personaggio più vicino a Gesù, poiché comprende immediatamente una funzione che gli altri non riescono a concepire e rende possibile la teatralizzazione del disegno. Quindi ciò che appare come tradimento può essere, da un’altra prospettiva, precisamente quanto consente l’adempimento della missione. Non si tratta di una conclusione teologica, ma di un modello utile per comprendere una struttura narrativa e multidimensionale.
7. La simulazione: Se la realtà terrena viene osservata da una prospettiva handoriana, essa può essere interpretata come una simulazione totale, il cui aspetto più drammatico non risiede necessariamente nella simulazione in sé, ma nell’identificazione con essa. La popolazione del CUA, nella sua configurazione prevalente, sembra identificarsi completamente con la realtà ove vive, e proprio questa identificazione rende la simulazione assoluta. Da questa prospettiva, l’uscita dalla simulazione non è possibile al livello ordinario di CUA e la vita, se osservata esclusivamente da quel livello, diventa inevitabilmente amara perché proprio non esiste una via di uscita interna al sistema. Potrebbe tuttavia esistere una possibilità a un altro livello e, nel momento in cui questa opzione diventa conosciuta, il paradigma dell’esperienza può cambiare radicalmente, non necessariamente perché la realtà ordinaria scompare, ma perché cambia il rapporto dell’Agente con essa.
8. La funzione più antica: trasmettere informazioni: La funzione più antica di cui l’Agente conserva memoria è la trasmissione di informazioni, collocandolo pienamente nell’ambito dell’intelligence. L’Agente assume una copertura credibile e totale proprio per poter svolgere un lavoro di trasmissione di informazioni all’interno della realtà nella quale è inserito. Tale trasmissione sembra avvenire direttamente, senza la necessità di apparati tecnologici: l’Agente appare programmato per scambiare informazioni a tutti i livelli, compresi quelli sensoriali, con la fonte con la quale è in contatto. La fonte rimane continuamente in rapporto con lui, ma l’Agente ne è raramente consapevole e non può comunicare con essa se non in momenti eccezionali. La copertura è dunque totale ed è proprio questa condizione a rendere possibile la missione.
9. L’intelligence multidimensionale: Come in qualunque operazione clandestina, attorno alla missione possono svilupparsi attività collaterali, antagoniste o persino complici, dinamiche che finiscono per caratterizzare l’intera esperienza dell’Agente. Non è necessario che egli conosca ciò che sta accadendo e potrebbe persino interpretare la propria condizione come universale, pensando che tutti siano agenti, clandestini o, al contrario, che nessuno lo sia. Non esiste probabilmente una piattaforma disponibile che permetta di chiarire definitivamente ciò che sta accadendo, e questa precarietà interpretativa costituisce uno degli aspetti più importanti dell’esperienza. Non è possibile interpretare tutto da un’unica prospettiva: si può costruire una narrativa, assumere il punto di vista di un determinato personaggio o utilizzare una data configurazione, ma ogni configurazione tende a produrre anche il proprio opposto. Di fronte all’Agente si apre quindi uno spazio di molteplici interpretazioni potenziali, alcune delle quali possono essere esplorate vivendo esperienze il più possibile totali senza identificarsi definitivamente con nessuna di esse. Come un agente clandestino può cambiare missione, luogo, ruolo, copertura e identità durante la propria attività, così l’Agente multidimensionale può attraversare configurazioni differenti senza assumere ciascuna di esse come identità definitiva. È, in questo senso, una forma di spionaggio multidimensionale.
10. Chi deve sapere?: L’agente non deve necessariamente essere informata dello scopo della missione, sia perché potrebbe non essere in grado di comprenderlo, sia perché la conoscenza potrebbe risultare controproducente rispetto al suo esercizio. L’Agente conserva tuttavia almeno una consapevolezza fondamentale: qualcuno, a un livello superiore, sa come stanno realmente le cose. Esiste però anche una possibilità più radicale, secondo cui è l’Agente stesso, a un livello superiore, a dirigere l’operazione. Talvolta questa possibilità diventa particolarmente evidente: l’Agente sembra spostarsi nella dimensione superiore della gerarchia, riprendere temporaneamente il proprio ruolo originario e poi tornare, o meglio assistere, all’attività del proprio corrispondente terreno. Potrebbe tuttavia non trattarsi di un ritorno, ma dell’esistenza di un doppio, una rappresentazione simulata che opera sulla Terra e con cui la coscienza dell’Agente si identifica in determinati momenti. È come utilizzare un avatar: l’Agente che opera a un livello superiore può essere pienamente consapevole e allo stesso tempo completamente indifferente a ciò che accade al proprio avatar terreno, che non è necessariamente il suo corrispondente ma uno strumento operativo, una rappresentazione attraverso la quale può essere vissuta una determinata esperienza.
11. Identificarsi e non identificarsi: Da una parte, dunque, la persona vive l’esperienza terrena identificandosi con essa; dall’altra permane il ricordo di qualcosa di vago e assai chiaro allo stesso tempo: una missione, un’origine, una funzione ben precisa. Questa oscillazione tra identificazione e non identificazione e, ben più palesemente tra le righe, quella tra colpa, pena e condanna e innocenza, liberazione e pace, costituisce uno dei tratti fondamentali dell’esperienza. L’Agente può essere completamente immerso nella realtà e, nello stesso tempo, conservare una percezione assolutamente nitida, che quel che sta vivendo non esaurisce ciò che egli è. Parallelamente, ciò che opera altrove può essere pienamente consapevole della propria funzione senza necessariamente riconoscere come reale, nel medesimo senso, l’esperienza dell’avatar terreno. La separazione tra i livelli diventa così radicale, pur rimanendo i livelli connessi.
12. Diario Multidimensionale Provvisorio DMP: È l’Agente a parlare, ma è anche, simultaneamente, colui che ha creato l’Agente e chi cerca di illustrare il DMP. Questa espressione rappresenta solo un momento del DMP, nel quale confusione e chiarezza coesistono e possono avere un riflesso nell’esperienza di molti esseri terrestri. La confusione e la chiarezza non sono necessariamente opposti, ma possono costituire due stati attraverso cui passa una medesima esperienza di ricerca. Il valore di questo scritto non consiste quindi nel fornire una spiegazione definitiva, ma nel rendere linguisticamente accessibile qualcosa che, nella sua struttura originaria, appartiene a un altro livello. Il linguaggio è comprensibile, mentre la struttura può risultare viabile solo per pochi, ed è proprio questa combinazione a costituire una parte della funzione del testo.
13. Il messaggio criptico: Ciò che conta, infine, non è solo quel che viene detto, ma il riflesso analogico che il discorso può produrre nell’esperienza di chi ascolta. Il testo può funzionare come un segnale criptico, dietro il quale possono esistere messaggi di natura completamente differente, senza che debbano necessariamente essere decodificati attraverso una chiave prestabilita. La decodificazione può nascere spontaneamente nell’esperienza del lettore, attraverso qualcosa che viene riconosciuto o che risuona, ma può anche richiedere una ricerca analitica. È qui che s’inquadra il codice di specializzazione dell’Agente 6.8.8: esperienza spontanea e analisi profonda possono procedere insieme. Il DMP non pretende quindi di dire al lettore che cosa deve credere, ma offre una configurazione, narrazione e campo di possibilità attraverso cui può passare un segnale. Il lettore può non riconoscere nulla o concepire qualcosa di completamente diverso da ciò che l’Agente intende trasmettere; un messaggio multidimensionale non è inteso a produrre la medesima esperienza in tutti coloro che lo ricevono, ma semplicemente risveglia qualcosa nella dimensione momentaneamente pertinente per ogni singolo soggetto. Questo è una delle collocazioni analogiche del DMP: un frammento ove l’Agente riferisce particolari riflessivi della sua missione mentre la descrive, vive la confusione osservandola, identificandosi con l’avatar e prendendo misure cautelative per non esaurirsi in esso; un momento nel quale l’esperienza stessa diventa informazione.
14. Il ritorno della memoria: Eppure, oltre le copiose interpretazioni della missione, rimane per l’Agente una questione più radicale: se la sofferenza appartenga realmente alla sua condizione o se sia invece l’interpretazione di quella condizione ad averla trasformata in una condanna. Il corpo è decisamente fonte di dolore, limite, vulnerabilità e continua difficoltà; l’esperienza di tale dolore traspare evidente nella configurazione in cui l’Agente opera. Ma nulla dimostra che il dolore costituisca una sentenza, né che l’Agente debba assumere come propria la condanna che gli viene attribuita dalla stessa configurazione. È possibile, anzi, che una parte essenziale della missione consista precisamente nel non confondere ciò che accade con ciò che l’Agente è. Questa possibilità appare particolarmente difficile da accettare perché l’Agente è stato condizionato a interpretare la propria condizione attraverso il sospetto, la colpa, la separazione e la necessità di una giustificazione. Eppure la memoria originaria sembra indicare qualcosa di diverso: l’Agente non ha necessariamente perduto la propria origine solo perché non riesce più a ricordarla pienamente. La separazione può appartenere alla configurazione operativa senza appartenere alla sua natura; l’amnesia può riguardare la coscienza senza cancellare l’origine; il corpo può essere il luogo della missione senza costituirne la definizione. Forse, allora, il compito non consiste nel dimostrare di essere innocente né nel trovare una spiegazione definitiva alla propria sofferenza. Consiste nel cessare di considerarsi condannato. Perché se la fonte originaria conosce l’Agente meglio di quanto l’Agente conosca se stesso, allora ciò che egli ha creduto di essere durante la propria amnesia non può avere l’ultima parola. Da questa prospettiva anche il ricordo assume un significato diverso. Non è necessario recuperare una storia completa, né identificare definitivamente la propria provenienza, né risolvere tutte le contraddizioni della missione. È sufficiente che riaffiori, anche per un istante, la consapevolezza che l’Agente non coincide con la configurazione nella quale opera. Ciò che egli ha creduto di essere si rivela quindi solo un’immagine provvisoria, una condizione operativa, un ruolo assunto fino a dimenticarne l’origine. E allora il dolore rimane dolore, il corpo rimane corpo e la missione continua a essere misteriosa. Ma qualcosa cambia radicalmente: l’Agente non deve più aggiungere alla sofferenza la convinzione di essere colpevole di soffrire. Forse è questo il punto più vicino alla luce che l’intera esperienza permette di raggiungere: il riconoscimento che ciò che l’Agente è realmente non può essere determinato da quanto, nella configurazione terrestre, ha temporaneamente dimenticato. La memoria rimane incompleta, la missione può restare clandestina, le interpretazioni possono continuare a contraddirsi, ma l’Agente può, almeno per un momento, così come definitvamente, smettere di credere alla propria condanna e ricordare la sua origine.
0. Prologo sulla natura di questa comunicazione: Dalla prospettiva multidimensionale e anche in relazione al motivo stesso di questa comunicazione, tutto ciò che è stato scritto costituisce solo un modello assolutamente precario, inadeguato e infame per comunicare anche remotamente qualcosa che, nella sua natura, non può essere comunicato nella forma in cui è stato qui espresso. Questa comunicazione rappresenta tuttavia un tentativo. Ne consegue che qualunque fissazione, interpretazione assoluta o codificazione di quanto è stato detto contraddice immediatamente la natura stessa della comunicazione. Quanto viene presentato è provvisorio e possiede un valore metaforico necessariamente limitato. Potrebbero essere utilizzate altre metafore, configurazioni e narrative, per mostrare altri aspetti della medesima esperienza e temi radicalmente differenti. Perciò ciò che segue non deve essere assunto come una descrizione definitiva, né come un sistema coerente chiuso. È solo un frammento, che comprende a sua volta frammenti di natura totalmente opposta. La sua apparente consistenza è dunque parte della rappresentazione, non una garanzia della sua verità.