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Provisional Institute of Astroshamanism

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Allegorie dell’imparzialità di fine agosto

L’imparzialità è in genere considerata un valore nobile alla base del modo corretto di intendere l’esistenza, sia nella vita sociale che nelle diverse sfere della conoscenza. Se vogliamo essere davvero e fino in fondo imparziali riguardo alla verità sulla natura dell’esistenza e ogni suo specifico accadimento occorrerebbe contemplare tutte le idee e posizioni possibili, anche quelle più inconcepibili o che maggiormente avversiamo. Utile a questo proposito può essere considerare sempre due estremi e una via di mezzo, e poi eventualmente tutte le possibili varianti.

Per esempio:
a) l’esistenza è ordine supremo e perfezione, armonia cosmica, l’universo è stato creato da un Dio, infinitamente luminoso, potente e amorevole.
b) l’esistenza, e l’universo, è totale caos, vacuità, illusione, follia e non esiste alcun Dio o, se esiste, non è affatto amorevole, luminoso e potente.
c) l’esistenza è un misto di a) e b).

Se andiamo in profondità su quanto sopra e su ogni sua possibile applicazione potremmo notare che una parte di noi, conscia o inconscia, è in sintonia con ogni posizione. Se non siamo in grado di riconoscere queste parti in noi stessi, con molta probabilità saremo capaci di percepirle negli altri. In questo caso, ci confrontiamo ancora con due estremi e una via di mezzo, ossia: gli altri siamo noi (quindi quello che percepisco in loro è una parte di me), gli altri sono gli altri e io sono io (non ho nulla a che fare con questi altri e quello che pensano), talvolta gli altri sono noi e talvolta no.

L’importante qui, ovviamente solo se intendiamo adottare un criterio il più possibile impeccabile di imparzialità, è riconoscere queste parti in noi o, se questo risulta impossibile, negli altri, prendendo atto delle loro ragioni ed esperienze o credenze di riferimento, osservando come e quando alcune parti tendono a dominare o ad alternarsi tra loro, sia in noi che negli altri.

Quando ci disponiamo in questo ascolto non schierato, ci inseriamo in una tradizione di pensiero che attraversa le epoche, offrendo un argine alla rigidità di chi pretende di possedere la chiave ultima del reale.

Nell’antichità classica, la scuola scettica di Pirrone e Sesto Empirico aveva fatto dell’epochè, la sospensione del giudizio, il proprio cardine esistenziale, scegliendo di non aderire ad alcun dogma per raggiungere la quiete interiore. Nel Quattrocento, Nicola Cusano teorizzò la Docta Ignorantia, comprendendo che ogni affermazione parziale sull’esistenza contiene una verità ma, se assolutizzata, diventa errore.

Ma a fianco dei dotti accademici, questa stessa attitudine ha trovato casa in figure ben più irregolari e alternative: nei mistici apofatici che parlavano di un divino che è al di là dell’essere e del non-essere, nei poeti dell’inquietudine e nei vagabondi dello spirito che hanno rifiutato ogni etichetta di parte per esplorare lo spazio incerto della ricerca.

Chi oggi sperimenta il peso, la fatica e talvolta il dolore di questo smarrimento imparziale si trova a vivere in un mondo in cui le certezze altrui possono apparire più rassicuranti della propria incessante apertura. E se si sente magari inadeguato di fronte alle certezze granitiche di chi ha sempre una risposta pronta, ben lungi dall’essere debole, potrebbe essere il custode di una forma di rigore tra le più rare.

Per chi desidera spingere lo sguardo in chiave astrologica, questo atteggiamento d’imparzialità radicale può trovare corrispondenza simbolica nella natura della Vergine, dove proprio oggi, 23 agosto 2026, è entrato il Sole, e del suo pianeta governatore, Mercurio. Esso comporta il riconoscimento di ogni parte, la capacità di percepirle, senza identificarsi con esse o prendere una posizione nettamente a favore o contro. In effetti, anche questa imparzialità costituisce una parte, caratterizzata appunto da una posizione di neutralità, che occorrerebbe mettere sullo stesso piano delle altre. Quindi si tratterebbe di essere neutrali e imparziali rispetto alla propria stessa neutralità e imparzialità, senza farne una posizione dominante e assoluta.

E così, se vogliamo essere imparziali fino in fondo, non se ne esce mai. Dobbiamo comprendere la parzialità, poi la parzialità dell’imparzialità, quindi l’imparzialità della parzialità, e infine anche la possibilità che tutto questo sia solo un altro modo, più sofisticato, di prendere posizione. Ogni volta che crediamo di avere finalmente raggiunto il punto neutrale, scopriamo che anche il punto neutrale è una posizione e che dovremmo imparzialmente metterlo in discussione.

A questo punto potremmo perfino arrivare all’estremo opposto: essere totalmente parziali e cercare di comprendere fino in fondo le ragioni della parzialità assoluta. Ma, se ci riusciamo davvero, ci accorgiamo che per comprenderla dobbiamo almeno per un momento uscirne. E siamo di nuovo dall’altra parte.

Forse è proprio qui che i due estremi finiscono paradossalmente per incontrarsi. La massima imparzialità deve essere capace di includere la massima parzialità; la massima parzialità, se viene portata fino in fondo e osservata nella sua interezza, si trova a confrontarsi con ciò che essa stessa non è. E così la via di mezzo non si trova necessariamente tra i due estremi, ma può apparire proprio quando entrambi sono percorsi fino in fondo.

Insomma, sembrerebbe che, per essere coerentemente imparziali, occorra essere imparziali verso l’imparzialità. E, a quel punto, forse possiamo concederci almeno una certezza, naturalmente da sottoporre a imparziale verifica: che non abbiamo ancora finito.

E chi, tra gli improbabili lettori giunti fin qui, avesse ancora qualcosa da proporre, lo spazio è aperto.

 

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