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Provisional Institute of Astroshamanism

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ASTROLOGIA & RELIGIONE: Un distinguo necessario

 
Vorrei affrontare con serenità una questione che continua a generare incomprensioni e reazioni spesso sproporzionate: il rapporto tra astrologia e religione, in particolare nell’ambito cristiano.
Nell’immaginario di molti cristiani, il termine “astrologia” viene frequentemente associato a divinazione, fatalismo, superstizione, credulità o manipolazione. Questa associazione ha certamente le sue ragioni e non mancano esempi che la giustificano. Tuttavia, rimane aperta una domanda fondamentale: è corretto identificare ogni forma di ricerca astrologica con tali manifestazioni?
La questione è ben più complessa di quanto appaia a prima vista. La storia delle religioni, e del cristianesimo in particolare, mostra un rapporto con il simbolismo celeste assai più articolato di quanto comunemente si creda. Per secoli, il linguaggio degli astri ha accompagnato riflessioni cosmologiche, filosofiche e teologiche; astronomia e astrologia hanno condiviso territori comuni e numerosi studiosi, ecclesiastici compresi, si sono confrontati con tali temi senza considerarli in contrasto con la propria fede. Allo stesso tempo, molte culture non religiose o non teistiche hanno utilizzato il simbolismo celeste come strumento di osservazione dell’esperienza umana, senza alcuna pretesa metafisica o dogmatica.
In questo contesto, rimane un punto fermo il principio classicamente associato a Tommaso d’Aquino: “astra inclinant, sed non necessitant.” Gli astri possono inclinare, ma non costringere. Questo principio, accolto dalla tradizione cattolica, tutela la responsabilità morale dell’uomo e impedisce che qualsiasi linguaggio simbolico venga interpretato come una forza che sostituisce la Provvidenza.
Su tale fondamento, il discernimento delle istituzioni religiose appare comprensibile: la critica rivolta a ogni forma di determinismo astrale, alla pretesa di conoscere infallibilmente il futuro o di sostituire il libero arbitrio con meccanismi ineluttabili, è una posizione coerente e razionale. La prudenza con cui la Chiesa guarda a questi temi non è un ostacolo, ma una forma di protezione della fede da derive che, nella storia, hanno spesso confuso il simbolo con la pretesa di controllare il futuro. Dove tuttavia il dibattito rischia di impoverirsi è quando tale critica viene estesa, per pigrizia intellettuale o pregiudizio, a ogni utilizzo del linguaggio astrologico, ignorandone la natura di strumento conoscitivo e di indagine simbolica.
Esiste tuttavia anche un aspetto personale che non posso evitare di menzionare.
Nel corso degli anni mi sono trovato più volte a ridurre, modificare o persino eliminare dal mio linguaggio qualunque riferimento all’astrologia, non perché avessi concluso che tale strumento fosse necessariamente incompatibile con la fede, ma perché ogni suo semplice accenno sembrava sufficiente a far scattare diffidenze, allarmi e giudizi preventivi. In alcuni periodi sono arrivato a prendere le distanze da un lavoro che avevo praticato per decenni, quasi anticipando io stesso le critiche che temevo di ricevere.
Guardando oggi questo percorso con maggiore serenità, mi chiedo se tale atteggiamento fosse realmente giustificato. Se uno strumento viene impiegato in modo integro, senza alcuna forma di divinazione o pretese predittive e senza sostituire la fiducia in Dio, è giusto rinunciarvi soltanto perché suscita pregiudizi? È davvero un atto di discernimento o rischia di trasformarsi in una forma di autocensura?
Con tutta la cautela che un simile paragone richiede, mi viene in mente il caso affrontato da San Paolo riguardo alle carni offerte agli idoli (cfr. 1 Cor 8,9-13). Alcuni cristiani ritenevano che potessero essere consumate senza problemi, poiché gli idoli, secondo la fede cristiana, non hanno alcuna realtà. Pur condividendo sostanzialmente questa posizione, Paolo raccomandava a chi si sentiva libero di mangiarle di astenersene quando ciò avrebbe potuto turbare o scandalizzare altri fratelli.
In una certa misura, questo è stato il mio atteggiamento per molti anni. Non ho preso le distanze dall’astrologia perché la ritenessi incompatibile con la fede, ma perché ero consapevole delle incomprensioni e reazioni che può suscitare in molti credenti. Ritengo ancora oggi che tale sensibilità meriti rispetto. La domanda che continuo a pormi è se questo rispetto debba necessariamente tradursi nel silenzio e nella rinuncia completa a qualunque possibilità di confronto.
Non ho una risposta definitiva. So però che il dialogo autentico non può crescere nella clandestinità. Quando un argomento diventa impronunciabile prima ancora di essere esaminato, il confronto si impoverisce e la ricerca della verità lascia il posto alla paura delle etichette. Per questa ragione ritengo importante che la questione possa essere affrontata con pacatezza, senza polemiche e contrapposizioni, ma anche senza rinunce preventive imposte dal timore di essere fraintesi.
L’astrologia, almeno nelle sue forme simboliche e non deterministiche, non pretende di sostituirsi alla fede, alla filosofia, alla psicologia o ad altre vie di conoscenza. La sua funzione è piuttosto quella di offrire una mappa attraverso cui osservare relazioni, tendenze, conflitti e potenzialità dell’esperienza umana mediante un linguaggio analogico fondato sulla corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto il valore del simbolo come via pedagogica: dalle parabole alla liturgia, il linguaggio simbolico è parte integrante dell’esperienza di fede. Come ogni mappa, essa può essere discussa, criticata o persino rifiutata; ciò che non dovrebbe essere dato per scontato è che il suo unico scopo sia quello di prevedere eventi o formulare predizioni.
Una cultura realmente aperta al dialogo non teme il simbolo, non teme l’indagine né il confronto con ciò che non conosce. Al contrario, esercita il discernimento con pazienza, evitando tanto l’accettazione acritica quanto la condanna pregiudiziale. È forse proprio questo distinguo che oggi appare necessario recuperare per riconoscere dignità a quei linguaggi simbolici, tradizioni conoscitive e strumenti di ricerca che, pur appartenendo a contesti differenti e richiedendo sempre discernimento, continuano a offrire all’essere umano preziose chiavi di lettura della propria esperienza e del mistero dell’esistenza.
 

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