C’è un male profondo, una follia indicibile, che caratterizza la vita terrena, di cui puoi essere vittima, protagonista o testimone, nel mondo fuori e dentro di te. Eppure, spesso preferiamo credere che non ci sia, ignorarlo, o pensare che si tratti di un’eccezione, di qualcosa che succede solo a pochi e, soprattutto qualcosa che, anche se c’è, occorre nascondere. Quello che emerge palese è solo il male che non riusciamo più a occultare, che esplode incontrollato e senza alcuna pietà. Però, sotto, questo male c’è sempre in ogni aspetto dell’esistenza.
Da dove viene? Qual è il suo scopo? Cosa vuole questo male? Come liberarcene?
Non lo sapremo mai finché non accettiamo di capire che cos’è, fin tanto che non l’affrontiamo per nostra espressa volontà, cessando di esserne solo vittime, esecutori o testimoni.
Affrontare il male è ben diverso dal farlo o dal combatterlo. Significa dargli spazio esplicitamente, rappresentandolo teatralmente con la garanzia che esso non crei alcun danno.
Questa modalità era conosciuta nell’antichità e comportava la teatralizzazione, la ritualizzazione del male, ovvero la sua simulazione. La teatralizzazione, la ritualità era un fenomeno collettivo e non una pratica eseguita da attori o sacerdoti professionisti.
C’è un male profondo che domina l’umanità, un terrore incontenibile, che seguita a celebrare i suoi rituali, a produrre film dell’orrore nella vita privata, così come in quella pubblica e sociale. Di questo male siamo interpreti inconsapevoli, suoi burattini. E così continuerà a meno che non scegliamo di lasciarlo uscire coscientemente, questo male, come atto di volontà. Tale è lo scopo dei rituali catartici, della teatralizzazione dell’ombra e di tutte le pratiche intese a liberare ogni emozione e pensiero terrificante.
Forse tutto ciò che ci spaventa è, nella sua essenza più profonda, qualcosa d’indifeso che vuole il nostro amore (Reiner Maria Rilke)