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Provisional Institute of Astroshamanism

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Il posto delle fragole selvatiche

Continuiamo a pretendere che la nostra vita funzioni in un certo modo. Costruiamo sicurezze, programmi, identità, aspettative, e ci immergiamo nell’esistenza come se dovesse rispettare il piano che abbiamo stabilito. Poi, quando qualcosa devia, ci arrabbiamo, entriamo in crisi, identifichiamo colpe e colpevoli. Come se perdita e crisi fossero un errore della realtà.
Eppure c’è un fatto davanti al quale ogni nostro progetto impallidisce: la morte. È l’unico evento radicalmente rivoluzionario di cui siamo certi, proprio perché paradossalmente non sappiamo cosa ci sarà dopo. Potrebbe non esserci nulla, qualcosa che non siamo in grado di immaginare o di cui abbiamo solo una vaga idea religiosa. Ma sappiamo che, comunque sia, ciò che chiamiamo adesso la nostra vita finirà. Perderemo il corpo, le relazioni, i ruoli, le sicurezze, i progetti, l’immagine che abbiamo di noi stessi. In breve, tutto ciò in cui oggi cerchiamo rifugio verrà meno, o sarà indubbiamente diverso nella forma rispetto a come lo viviamo ora.
Allora perché consideriamo intollerabile ogni piccola perdita? Perché trattiamo ogni crisi come qualcosa che non dovrebbe accadere?
Forse perché non abbiamo ancora compreso ciò che la crisi viene a mostrarci.
Ogni crisi, perdita, fallimento, sconvolgimento ci mette davanti, in misura parziale e anticipata, alla stessa verità che la morte renderà totale: non possiamo trattenere nulla, né conservare indefinitamente ciò che abbiamo. Non possiamo garantire che la vita rimanga conforme all’idea che ce ne siamo fatti.
E quindi la crisi può diventare una benedizione, non perché il dolore sia piacevole, né per inventargli una giustificazione religiosa o dogmatica, ma perché ci costringe a prepararci.
Ci strappa, poco alla volta, dalle illusioni a cui ci aggrappiamo.
Il dolore più profondo dell’essere umano, forse, non consiste semplicemente nel soffrire, ma piuttosto nel non accettare che la realtà possa farci soffrire, nel pretendere che ciò che accade non debba accadere, nel costruire continuamente interpretazioni capaci di proteggerci dalla radicalità dell’esistenza.
Ma la realtà non ci deve affatto questa protezione. La crisi arriva, insieme alla perdita e alla morte. E forse non dobbiamo chiederci continuamente come evitarle, ma che cosa ci stanno insegnando sulla natura di ciò che crediamo di possedere e di essere.
Ogni piccola perdita può essere una preparazione alla perdita totale, così come ciascuna crisi può diventare un esercizio di libertà. Ogni crollo inoltre può permetterci di scoprire che ciò che frana non è chi siamo.
Questa non è affatto una consolazione, ma piuttosto una constatazione radicale riguardo all’effettiva natura della realtà. E, proprio per questo, anche se può essere dolorosa, protegge da molta altra sofferenza, assai devastante e, soprattutto, inutile. Alla fine dei conti questa constatazione può diventare talvolta perfino la più luminosa di tutta la vita.
Perché forse vivere non significa riuscire a conservare ciò che ami, ma imparare a riconoscerne il valore proprio sapendo che non puoi possederlo definitivamente. Non è possibile trattenere le persone, le situazioni, il corpo, la tua stessa immagine, né impedire che ciò che oggi appare stabile cambi, finisca o sia sottratto. Puoi però imparare a viverlo mentre c’è, senza trasformare la sua inevitabile perdita in una ragione per non averlo vissuto.
Forse è proprio qui che la crisi può trasformarsi in qualcosa di luminoso: non nella promessa che ciò che perdi verrà restituito, né nella consolazione che ogni dolore abbia necessariamente un significato, ma nella possibilità di vivere con una consapevolezza diversa. Quella di chi sa che tutto passa e, proprio per questo, non deve aspettare di perdere qualcosa per accorgersi del suo valore.
E questo vale anche per ciò che non avevamo programmato di incontrare, proprio come delle fragole selvatiche. Una fragola possiamo comprarla, sceglierla, portarla a casa. Una fragola selvatica la possiamo solo incontrare, è imprevista, non sapevamo nemmeno che fosse lì. E quando la trovi è sorprendente. Non è qualcosa che hai cercato o ottenuto, ma qualcosa che ti è accaduto: un piccolo dono inatteso, che puoi solo accogliere.
PS: “Il posto delle fragole” è il titolo italiano del film di Ingmar Bergman del 1957, il cui titolo originale svedese è “Smultronstället”, cioè, più precisamente, “Il posto delle fragole selvatiche”. Il film racconta il viaggio di Isak Borg, un anziano professore che deve recarsi a Lund per ricevere un riconoscimento alla carriera. Ma quello che dovrebbe essere un semplice viaggio si trasforma progressivamente in un confronto con la propria vita, attraverso incontri, ricordi, sogni e visioni. La prossimità della morte fa saltare la struttura con cui il protagonista si era definito e aveva organizzato l’esistenza. Ciò che sembrava consolidato è incrinato, e il passato ritorna non come memoria, ma come qualcosa che interroga lucidamente il presente. Il luogo delle fragole selvatiche appartiene alla sua giovinezza, al ricordo di ciò che è stato amato e a quanto si è perduto. È un luogo reale e insieme interiore, che nel film diventa l’immagine chiave attraverso cui il protagonista si confronta con il tempo trascorso e con quel che resta della sua vita. È un film pieno di vita, appunto perché la morte diventa impossibile da rimuovere.

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