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Provisional Institute of Astroshamanism

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LINGUE DI PIETRA & LINGUE DI FUOCO

DA BABELE A PENTECOSTE

LINGUE DI PIETRA & LINGUE DI FUOCO:
DA BABELE A PENTECOSTE
Da bambino sono sempre stato affascinato dalle lingue straniere, ancora prima di studiarle davvero. C’era qualcosa di misterioso nell’ascoltare persone parlare linguaggi che non riuscivo a comprendere. Non era solo il fatto di “non capire”. Al contrario, proprio quel non capire mi dimostrava che esistevano tante cose che ignoravo completamente della vita.
Avevo allora la certezza che dietro quelle parole si nascondessero significati segreti e mondi che solo gli adulti potevano conoscere. E proprio per questo ascoltare una lingua sconosciuta mi riempiva più di meraviglia che di frustrazione.
La maggior parte delle persone impara una lingua per motivi pratici: lavoro, viaggi, necessità. Ma per altre esiste un impulso diverso, più difficile da spiegare. È il desiderio di entrare in contatto con modi differenti di pensare e sentire, come se ogni lingua rappresentasse l’accesso a una diversa dimensione della realtà o persino a un altro stato di coscienza.
In realtà questo accade già all’interno della lingua che conosciamo. Se ascoltiamo qualcuno parlare di temi che ci sono estranei, ci troviamo ugualmente davanti a qualcosa di enigmatico. Le parole sono familiari, ma non ciò a cui rimandano davvero.
A quel punto possiamo reagire nei modi più disparati: ammettere di non capirci nulla e lasciare perdere, sentenziare frettolosamente come se avessimo capito tutto, o consentire a quanto ci sfugge di accendere il desiderio di approfondire. Ed è proprio da qui che il linguaggio può cominciare a svolgere la sua funzione più autentica: favorire la comunicazione e rendere possibile il dialogo.
Ogni apprendimento passa attraverso questo processo. All’inizio possediamo un vocabolario limitato, che ci permette solo di intuire qualcosa. Possiamo cogliere il senso generale di un discorso e tuttavia fraintendere completamente certe parole o espressioni. Altre volte invece nasce una domanda semplice ma decisiva: “Che cosa significa davvero questa parola?”.
Lentamente, alcune parole iniziano allora ad aprire possibilità di comprensione che prima non riuscivamo nemmeno a intravedere. Il linguaggio diventa così non solo uno strumento per comunicare ciò che già sappiamo, ma anche una porta verso l’ignoto.
Quando si entra invece in una lingua completamente straniera, l’esperienza diventa ancora più radicale. Tutto appare inizialmente oscuro. Alcune parole sembrano familiari e aiutano a orientarsi; altre, pur assomigliando alle nostre, significano qualcosa di completamente diverso. Esistono persino i cosiddetti “falsi amici”: termini che sembrano comprensibili ma che conducono invece al radicale fraintendimento.
In questo caso emerge con chiarezza un fatto decisivo: gran parte dei conflitti umani nasce dal linguaggio stesso. Non tanto perché le persone parlano lingue differenti, ma perché attribuiscono significati diversi alle stesse parole. Un’espressione intesa come complimento in una cultura può diventare offensiva in un’altra, mentre qualcosa che per alcuni è sacro può apparire osceno.
Torna in mente, a questo proposito, il racconto biblico della torre di Babele: uomini che inizialmente parlavano un’unica lingua finiscono col non comprendersi più gli uni con gli altri (cfr. Gen 11).
Forse è per questo che, col tempo, ho iniziato a percepire un parallelismo, almeno in parte, tra lingue e religioni. Anche le religioni possiedono infatti linguaggi, simboli e formule proprie, parole sacre, immagini, rituali.
Per secoli il cristianesimo occidentale ha utilizzato il latino come lingua sacra e liturgica. Nell’islam la preghiera rituale è legata esclusivamente all’arabo, così come nell’ebraismo l’ebraico biblico è altrettanto centrale. Accedere a una tradizione religiosa significa entrare in uno specifico universo simbolico e linguistico.
E qui riaffiora qualcosa che percepii già nella prima adolescenza. In una libreria mi capitò tra le mani un piccolo volume sulla storia delle religioni. Ricordo vivamente il fascino immediato che esercitò su di me. Non era solo il tema, ma l’insieme: formato, copertina, simboli e soprattutto il senso di mistero e meraviglia che sembrava emanare. Rimasi per giorni a pensare se acquistarlo o meno, ritornando nel negozio, osservandolo e riprendendolo in mano, senza però osare sfogliarlo, quasi per timore di rompere un incantesimo. Alla fine decisi di acquistarlo.
Ricordo bene il momento in cui lo portai a casa. Avevo la sensazione di stringere tra le mani una mappa segreta, l’accesso verso qualcosa di immenso e sconosciuto.
Poi mi accinsi a leggere le prime pagine. Ogni riga amplificava ulteriormente la sensazione di entrare finalmente in contatto con qualcosa di grande e di remoto. Ma a un certo punto quella sensazione si spezzò di colpo.
L’autore, bruscamente e senza preavviso, scrisse qualcosa che mi lasciò totalmente spiazzato. Il senso delle sue parole era più o meno questo: sì, può essere utile conoscere le altre religioni, ma resta inconfutabile che una sola possieda davvero la verità: il cristianesimo. Leggendo quelle righe provai un gran disagio. Non perché fossi contro il cristianesimo, proprio l’esatto contrario, ma perché il viaggio fu chiuso ancora prima di iniziarlo davvero. Come se qualcuno mi avesse raccontato il finale di una lunga storia mentre stavo cominciando a leggerla.
Soprattutto mi colpì un’altra cosa. Anche ammesso che una religione fosse davvero la più vera, profonda o completa, perché dovrebbe avere bisogno di proclamarlo con tanta insistenza? Non dovrebbe essere la qualità umana e spirituale di una religione a parlare da sola?
Con il tempo ho compreso che il problema, almeno per me, non consiste tanto nello stabilire quale religione sia “la migliore”. Non vivo più la ricerca spirituale come una competizione tra sistemi religiosi. Piuttosto, sento che ogni tradizione custodisce un linguaggio differente attraverso cui l’essere umano tenta di entrare in rapporto con Ciò che supera tutte le definizioni.
Mi colpì molto, a questo proposito, una delle ultime affermazioni pubbliche di papa Francesco, nella quale paragonava le religioni a differenti lingue attraverso cui gli esseri umani cercano di avvicinarsi a Dio (cfr. Francesco, Discorso ai partecipanti al Congresso internazionale “Uomini e religioni”, 23 settembre 2024). Al di là delle polemiche che quelle parole suscitarono, ciò che mi colpì fu soprattutto il tentativo di spostare l’attenzione dalla contrapposizione al dialogo.
Del resto, anche nella vita quotidiana, nessuno pensa seriamente che conoscere più lingue significhi tradire la propria. È possibile amare profondamente la propria lingua madre e, nello stesso tempo, restare affascinati da altre sonorità, espressioni e modi di nominare il mondo. Forse qualcosa di simile può accadere anche nell’incontro tra tradizioni spirituali differenti.
Questo non significa in alcun modo rinunciare alla propria identità religiosa, né dissolvere le differenze in una forma indistinta di sincretismo. Per alcune persone la fedeltà a una singola tradizione rappresenta una scelta profonda, vitale, persino definitiva. Per altre esiste invece il bisogno di attraversare più linguaggi spirituali, o di sostare in una ricerca aperta. Probabilmente esistono sensibilità differenti, proprio come esistono persone monolingui, bilingui o naturalmente portate ad apprendere molte lingue.
Queste riflessioni trovano un’eco particolare nell’imminenza della Pentecoste. Nel racconto degli Atti degli Apostoli, uomini provenienti da popoli differenti rimangono stupiti perché, pur parlando lingue distinte, ciascuno riesce a comprendere gli altri nella propria lingua (cfr. At 2,6-11).
Dopo il racconto della torre di Babele, dove gli esseri umani non si comprendono più a causa della diversità delle lingue, la Pentecoste evoca il movimento opposto: non l’abolizione delle differenze, ma la possibilità di trasformarle in ascolto, comunicazione e incontro. Forse il dialogo autentico comincia proprio qui.
Ciò che trovo difficile da accettare non è la convinzione personale, sincera e profonda, che una religione possa essere l’unica vera per chi la vive. Questo è sacro e indiscutibile! È piuttosto l’idea che la fede debba trasformarsi in una continua dichiarazione di superiorità nei confronti degli altri.
Nella Prima lettera di Pietro si trova un passaggio che mi ha sempre colpito: i cristiani vengono invitati a comportarsi con rispetto verso tutti, lasciando che sia soprattutto la qualità della loro vita a rendere testimonianza a ciò che credono (cfr. 1Pt 2,12; 3,15‑16).
E questo, in fondo, è il punto essenziale. Una fede non convince perché proclama la propria superiorità, ma perché riesce a incarnarsi concretamente nel modo in cui una persona guarda, ascolta, vive e si rapporta agli altri.
Immagine: A. Acerbani, La Pentecoste (1845), olio su lastra metallica, dettaglio.
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