La multidimensionalità viene qui intesa come una strategia metaforica e pragmatica per orientarsi nell’esperienza, senza trasformarla in una verità assoluta o in un sistema di credenze (v. articolo precedente: “Multidimensionalità come metafora”).
Resta tuttavia una domanda inevitabile: da dove nasce concretamente una simile prospettiva?
Per comprendere questa prospettiva possiamo partire dall’esperienza di Franco, che ha sviluppato il proprio lavoro unendo osservazione, pratica e vissuto personale.
Crescere in bilico tra realtà ordinaria e un intenso mondo interiore comportò in Franco una fatica precoce, dovuta non tanto all’esperienza in sé quanto all’impossibilità di condividerla con chi gli stava attorno. Questa solitudine si tradusse però anche in uno spazio di libertà: i genitori, assorbiti dal lavoro, non ostacolarono mai le sue attività.
Per Franco il gioco divenne l’accesso spontaneo a questo universo parallelo. Già all’asilo, con i primi disegni, e poi a scuola, iniziò a tracciare cartine geografiche dettagliate di universi paralleli, inventando luoghi derivati dalla sua esperienza quotidiana.
Nelle attività sociali e quotidiane Franco era pienamente presente: nel gioco con altri bambini, a scuola, in famiglia, con parenti e amici. Questa esperienza rimase a lungo riservata proprio perché distingueva chiaramente ciò che apparteneva al mondo condiviso con gli altri da ciò che viveva interiormente.
A scuola, mentre seguiva le lezioni o partecipava alle attività con altri bambini, poteva immaginare che persone, luoghi ed eventi appartenessero anche a un universo parallelo con una propria geografia, personaggi e vicende. Ciò che accadeva nella vita quotidiana veniva tradotto in quel mondo, e viceversa.
Ridurre tutto questo a un semplice gioco infantile sarebbe però fuorviante. Come emerge da racconti autobiografici e seminari di Franco, vi furono momenti in cui queste esperienze venivano vissute con una forza emotiva e una qualità di realtà tali da mettere in discussione il confine tra immaginazione e mondo ordinario.
Tra gli episodi significativi di questo periodo vi è il racconto autobiografico “Il vecchio rudere”, che descrive una tra le esperienze profonde della sua infanzia.
“Mi pareva di essere sia fuori che dentro l’edificio, mentre la porta rappresentava un ponte tra due mondi in cui dimoravo contemporaneamente. Fuori c’era la strada con tutta la sua vita: mio nonno, l’edicola, il portico, la gente, il traffico, i rumori della strada. Dentro c’era un ambiente totalmente diverso: incantato, dolce, caldo, silenzioso, misterioso e pure molto famigliare.”
Ma che cos’era quella porta?
Il racconto completo affronta direttamente questa domanda, fornendo una risposta, ed è disponibile qui:
Nella multidimensionalità ogni risposta apre però nuove domande, alle quali occorre dare ulteriori risposte.
Ritorneremo su questi temi nei prossimi articoli…
Allo stesso tempo è importante ricordare un punto centrale del lavoro di Franco: per quanto utili possano essere metafore, mappe, interpretazioni o spiegazioni, esse hanno soltanto una funzione di orientamento.
Vi sono esperienze che non possono essere comprese pienamente attraverso definizioni o concetti. Le spiegazioni possono orientare, ma non sostituire l’esperienza diretta.