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Provisional Institute of Astroshamanism

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NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

 
Ci sono persone che invocano Dio con massima frequenza, dall’alba fino a tarda sera, o ne fanno regolare argomento di discussione.
Esistono tuttavia altre persone che assai raramente nominano Dio o ne parlano, pur essendo molto religiose. Altre non lo invocano o menzionano affatto, semplicemente perché non credono che esista. Ciò non impedisce loro di dedicare la propria vita alla ricerca di verità, giustizia, pace e altre qualità che molte tradizioni religiose o spirituali riconoscono come espressione del divino.
Ci sono luoghi in cui Dio è nominato ripetutamente, ma pare esserne assente, così come esistono posti dove non lo si menziona mai e tuttavia la sua presenza appare sorprendentemente viva.
Da tempo mi sorprende come il continuo parlare di Dio non coincida necessariamente con l’esperienza di Dio. Anzi, a volte sembra accadere il contrario. Più Dio viene nominato, definito, spiegato, difeso, descritto nei suoi attributi e intenzioni, più rischia di trasformarsi in un idolo mentale. Il mistero viene sostituito dalle definizioni e Dio finisce lentamente per scomparire dietro il linguaggio che pretende di renderlo evidente.
Per questa ragione alcune delle più profonde intuizioni spirituali sembrano nascere non dall’accumulo di discorsi religiosi ma dalla loro sospensione. La teologia negativa, il Dio nascosto, l’anonimato del divino, la nube della non-conoscenza e molte tradizioni mistiche convergono su una stessa intuizione: ciò che è più vicino a Dio potrebbe essere proprio ciò che evita di definirlo.
Meister Eckhart arrivò a pregare Dio di liberarlo da Dio stesso, indicando con questa formula paradossale la necessità di oltrepassare le immagini, i concetti e le rappresentazioni che gli esseri umani costruiscono attorno al divino. La teologia negativa, sia in Oriente che in Occidente, ha ripetuto per secoli che possiamo dire con maggiore sicurezza ciò che Dio non è piuttosto che ciò che è.
Forse il problema non consiste nell’assenza di Dio, ma nell’eccesso di immagini di Dio. A forza di definirlo, difenderlo, descriverlo e utilizzarlo come fondamento delle nostre certezze, rischiamo di costruire un idolo concettuale che finisce per occupare il posto del mistero che pretende di rappresentare.
Una parte della crescente insofferenza contemporanea verso la parola “Dio” forse ha origine proprio qui. Non tanto nella perdita del senso del sacro, ma nella stanchezza prodotta da un linguaggio che per secoli è stato utilizzato per giudicare, dividere, controllare, legittimare poteri, stabilire appartenenze e tracciare confini. In questo senso il rifiuto di certe forme di discorso religioso potrebbe talvolta nascondere non una distanza dal mistero, ma una protesta contro le immagini che ne sono state costruite.
Forse alcune persone smettono di usare la parola “Dio” non perché abbiano cessato di cercare ciò che indica, ma perché sentono che quella parola è diventata troppo carica di significati estranei, appesantita oltremodo da interpretazioni che non riconoscono più come proprie.
Questo vale anche per un certo ateismo sobrio che si rifiuta di parlare di ciò che non conosce o pretende di occupare il mistero con parole rassicuranti, preferendo il silenzio all’affermazione dogmatica e arbitraria. Un tale atteggiamento potrebbe talvolta custodire una forma di rispetto verso il divino maggiore di quella presente in molti ambienti religiosi.
Sarebbe tuttavia un errore trasformare queste mie osservazioni in una contrapposizione tra chi parla di Dio e chi non ne parla. Molte persone trovano proprio nella preghiera, nell’invocazione e riferimento continuo a Dio la forma più autentica della loro vita spirituale. Per esse il silenzio non rappresenta una liberazione ma una privazione. Altre persone percorrono invece la strada opposta e trovano nel silenzio, nell’azione, contemplazione o servizio agli altri una modalità più vera di relazione con il mistero.
Non esiste una misura universale, ma sensibilità, storie e stagioni differenti della vita. Ciò che conta non appare essere la quantità di parole dedicate a Dio, ma la sincerità con cui esse sono pronunciate o taciute.
Esiste infatti una differenza fondamentale tra parlare di Dio e parlare a nome di Dio. Parlare di Dio è inevitabilmente umano e tutti possiamo farlo. Possiamo immaginare, intuire, raccontare, sperare, pregare, dubitare, interpretare e condividere la nostra esperienza. Molto diverso è affermare che Dio stesso abbia parlato attraverso di noi.
Qui nasce una difficoltà che raramente viene affrontata fino in fondo. Perché nessuno può legittimamente dimostrare che una determinata affermazione provenga realmente da Dio. Eppure gran parte delle religioni si fonda precisamente su questa pretesa. Non semplicemente su un’esperienza spirituale, ma sull’affermazione che tale esperienza costituisca una rivelazione divina.
Il problema non è soltanto epistemologico, ma anche morale. Perché nel momento in cui un’espressione viene dichiarata parola di Dio, acquisisce un’autorità che nessuna parola umana possiede, entrando inevitabilmente in competizione con altre parole che rivendicano la stessa origine.
Da quel momento non si confrontano più esperienze umane differenti, bensì verità assolute incompatibili tra loro. E quando due verità assolute si fronteggiano, il dialogo rischia di trasformarsi in competizione, lotta, ostilità e talvolta nelle forme più dolorose della violenza umana, che vengono presentate come espressione della volontà divina.
Forse molte delle divisioni religiose della storia nascono proprio da qui: non dall’amore per Dio, ma dalla pretesa di rappresentarlo esclusivamente. Per questo motivo può apparire più prudente parlare sempre e soltanto a nome umano, dichiarando che ciò che esprimiamo è la nostra esperienza, intuizione, comprensione o speranza, senza attribuire alle nostre parole un’autorità che non possiamo dimostrare.
Questo lascia aperto uno spazio in cui persone diverse possono incontrarsi senza dover negare reciprocamente la propria dignità.
A questo punto è doveroso precisare che le considerazioni svolte fin qui non intendono dimostrare che non esistano rivelazioni divine, né negare il valore delle grandi tradizioni religiose che su di esse fondano la propria identità.
Una simile conclusione sarebbe altrettanto arbitraria quanto la pretesa opposta. Ciò che viene messo in evidenza è piuttosto una domanda che merita di trovare spazio. Così come è legittimo interrogarsi sulla natura umana di ciò che viene presentato come rivelazione divina, è altrettanto legittimo interrogarsi sulla possibilità che una rivelazione divina esista realmente.
In queste riflessioni, inevitabilmente limitate rispetto alla vastità dell’argomento che affrontano, l’attenzione si è soffermata soprattutto sul primo aspetto, non perché il secondo venga escluso, ma semplicemente perché richiederebbe uno sviluppo altrettanto ampio.
Questioni come Dio, rivelazione, dubbio, fede, silenzio e mistero eccedono i confini di qualunque articolo e vita dedicata a esplorarle. Per questo quanto ho scritto qui offre solo alcuni spunti che possono trovare compimento, correzione, approfondimento o perfino smentita nella riflessione di chi legge.
Il dubbio, se vuole essere autentico, deve restare aperto in tutte le direzioni. Da questa prospettiva parziale il vero problema non sembra essere che si parli troppo poco di Dio, ma che talvolta si parli troppo al suo posto.
Il comandamento che invita a non nominare il nome di Dio invano viene spesso interpretato come un semplice divieto di bestemmiare. Eppure potrebbe contenere una domanda molto più radicale. Non esiste forse anche un modo religioso di nominare il nome di Dio invano? Ogni volta che viene pronunciato meccanicamente nelle preghiere, come formula identitaria, per legittimare intolleranza, esclusione o violenza, o per attribuire autorità assoluta a idee e strategie interamente umane, non stiamo forse correndo proprio questo rischio?
Forse alcune persone incontrano Dio nominandolo continuamente. Altre lo incontrano senza mai pronunciarne il nome. Altre ancora attraversano periodi diversi della propria vita nei quali una modalità prevale sull’altra. Non sembra esistere una misura unica. Ciò che conta non è tanto il numero di volte in cui il nome di Dio viene pronunciato o evitato, ma l’autenticità con cui viene vissuto ciò che quel nome intende indicare.
Per alcuni questo passa attraverso la preghiera, il culto e l’invocazione. Per altri attraverso il silenzio, la ricerca della verità, la giustizia, l’amore per gli esseri umani e il rispetto del mistero. Il comandamento di amare Dio e quello di amare il prossimo non sono due strade concorrenti, ma due movimenti differenti di una stessa ricerca. E forse, proprio per questo, il nome di Dio può essere onorato sia pronunciandolo sia tacendolo, purché né le parole né il silenzio pretendano di sostituirsi a ciò che cercano.
Alla fine, laddove manca l’autenticità, sia le parole sia il silenzio possono diventare una forma di allontanamento; laddove invece essa è presente, perfino vie apparentemente opposte possono trasformarsi in un insegnamento e in un incontro con ciò che ciascuno chiama, o sceglie di non chiamare, Dio.

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