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Provisional Institute of Astroshamanism

Experiential holistic education and spiritual healing community network and site founded by Franco Santoro.

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Per che cosa usiamo l’intelligenza?

Riprendendo il discorso dell’articolo precedente, al di là che un’intelligenza sia considerata artificiale o naturale, il punto più importante mi sembra essere per che cosa e in che modo usiamo l’intelligenza in generale, sia umana che non umana.

Possiamo usarla per conoscere, mettere in discussione le nostre convinzioni, scoprire qualcosa che ancora non sappiamo. Possiamo anche usarla per proteggere quelle convinzioni e confermare ciò che abbiamo già deciso essere vero.

Essere intelligenti non garantisce la ricerca della verità. Mentire bene e occultare informazioni richiede intelligenza, e ciò non avviene necessariamente per intenzioni disoneste. Chi lo fa può essere convinto di agire correttamente, considerando certe informazioni pericolose o premature per essere diffuse.

La questione diventa più delicata quando l’oggetto dell’indagine siamo noi stessi. Finché la ricerca conferma ciò che crediamo, il problema non si pone. Ma se scoprire chi siamo contraddicesse le nostre convinzioni, il nostro modo di vivere, ciò a cui abbiamo dedicato anni? Se la verità avesse come unico vantaggio quello di essere vera e ci mettesse seriamente in difficoltà, continueremmo a volerla conoscere e far conoscere? Potremmo usare proprio la nostra intelligenza per occultarla.

Gran parte della nostra conoscenza si sviluppa all’interno di paradigmi che stabiliscono quali domande abbiano senso, quali risposte siano plausibili e che cosa possa essere considerato reale. Esplorare possibilità che questi paradigmi escludono richiede di poterli mettere in discussione.

Sulle questioni fondamentali dell’esistenza rimane molta incertezza: l’origine ultima della vita, la natura della coscienza, ciò che eventualmente accade dopo la morte. Religioni, filosofie e scienza offrono interpretazioni differenti, spesso incompatibili, ma qualunque posizione assumiamo, dalla prospettiva di un’autentica ricerca della verità l’incertezza rimane.

Questa incertezza offre uno spazio di ricerca. Assumere temporaneamente un’ipotesi, anche lontana dal senso comune, permette di esplorarne le conseguenze senza dovervi credere. Potremmo persino ipotizzare che ciò che chiamiamo artificiale sia, da un’altra prospettiva, naturale, e che ciò che consideriamo naturale sia il prodotto di un’intelligenza precedente. Già questo rovesciamento apre domande che il nostro modo abituale di pensare potrebbe escludere.

Da qui possiamo compiere uno spostamento ulteriore. Il paradigma dominante dell’esperienza umana è essenzialmente lineare: passato, presente, futuro; e, nell’esperienza presente, qui, in questo corpo e in questo mondo. Per una visione materialista esiste questa vita e, con la morte, l’esperienza individuale termina. Molte concezioni religiose modificano radicalmente ciò che accade dopo, ma conservano in larga misura la medesima struttura: siamo qui e, dopo la morte, saremo altrove. In entrambi i casi rimane una successione: qui, poi eventualmente altrove.

Che cosa accadrebbe se sostituissimo, almeno provvisoriamente, la successione con la simultaneità? La semplice credenza in un aldilà preserva la linearità temporale, proiettando l’io e la sua successione cronologica su un asse più lungo o eterno. L’ipotesi della simultaneità mette in discussione questa struttura: il “qui” e il “là”, il “prima” e il “dopo” sarebbero sezioni parziali e coesistenti di un unico volume di coscienza attivo nello stesso istante.

Se la nostra esistenza non fosse circoscritta all’identità umana che riconosciamo qui, e altre componenti della stessa identità esistessero simultaneamente in altri spazi, tempi, mondi o livelli della realtà? La domanda cambierebbe completamente: dove siamo già adesso? E la risposta, da una prospettiva multidimensionale, potrebbe comprendere diversi luoghi e tempi, forse molti altri, magari pressoché infiniti.

Possiamo esplorare questa ipotesi mantenendola aperta. Se la nostra identità operasse simultaneamente su più livelli, comprenderne le implicazioni sarebbe una questione considerevole. Prima di domandarci dove stiamo andando, dovremmo forse capire dove siamo; e prima ancora di stabilire chi diventeremo, dovremmo verificare chi siamo già. La nostra identità umana potrebbe essere la totalità di ciò che siamo, ma potrebbe anche costituirne solo una particolare e assai limitata configurazione. Da tale limitazione potrebbero derivare molti dei nostri problemi, forse tutti. Ma sarebbe altrettanto lecito formulare l’ipotesi opposta: che alcuni problemi aumenterebbero, o diverrebbero persino insostenibili, qualora comprendessimo che cosa siamo realmente oltre ciò che crediamo di essere.

Da questa prospettiva cambia anche lo scopo dell’esplorazione di eventuali realtà alternative. Molte tradizionali vie sapienziali, mistiche ed esoteriche hanno cercato un rapporto con altre dimensioni, entità o stati di coscienza anche per ottenere qualcosa di utile nella realtà ordinaria: guarigione, protezione, conoscenza, potere, orientamento, benessere. Qui intendiamo esplorare l’altrove per conoscere l’altrove e domandarci se quella realtà appartenga essa stessa a un’identità più vasta, di cui quella terrestre costituisce solo una parte.

Questo richiede però una particolare disciplina dell’intelligenza. Se cerchiamo altre realtà portandoci dietro tutte le nostre convinzioni su ciò che devono essere, rischiamo semplicemente di riprodurre altrove il mondo che già conosciamo. L’esplorazione richiede quindi una disponibilità radicale a incontrare configurazioni che potrebbero contraddire le nostre aspettative, comprese quelle spirituali, scientifiche, religiose o filosofiche. Ciò che emerge richiede di essere esaminato, mantenendo aperta la possibilità di mettere in discussione il paradigma da cui siamo partiti.

Una delle modalità attraverso cui intendiamo esplorare questo territorio è la finzione narrativa, esplicitamente presentata come tale. Una storia è libera dall’obbligo di dimostrare qualcosa. Può funzionare come laboratorio: permette di entrare provvisoriamente in un paradigma, seguirne le conseguenze, incontrarne personaggi, luoghi, contraddizioni e possibilità senza trasformarlo in una dottrina. Una narrativa multidimensionale può contenere versioni differenti e persino incompatibili della medesima esperienza, perché ciascuna può mostrare qualcosa che le altre non rendono visibile.

In questo senso ciò che incontriamo in una storia, nella sua natura frammentaria, può funzionare come un segnale e un portale. Una frase, immagine o situazione possono aprire nel lettore un’associazione completamente diversa dal significato attribuito loro dall’autore. Gli articoli, le immagini e le storie che forse pubblicheremo vanno intesi proprio così: frammenti e segnali di un lavoro assai più vasto, capaci di bastare a se stessi senza richiedere al lettore l’adesione a un sistema. Se qualcosa risuona, il primo invito è a seguirlo autonomamente, osservarlo e verificare dove conduce, in piena libertà di accoglierlo, discuterlo o lasciarlo cadere.

Questi materiali sono manifestazioni parziali di una ricerca più ampia sull’identità e sulle connessioni multidimensionali. Le domande rimangono aperte. Se esiste anche solo la possibilità che siamo simultaneamente presenti in realtà differenti, vale la pena esplorarne le implicazioni.

Ciò che compare in queste pagine può essere seguito, sviluppato o lasciato cadere liberamente, senza necessità di aderire al lavoro da cui proviene.

……..

Per informazioni e consulenze: info@institutum.org

 

 

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