Quando la notte invernale scende sull’abbazia e gli ultimi fari si spengono, il silenzio e il buio diventano immediatamente corporei. Lo strepito dei portoni che si chiudono, lo stridore dei catenacci che scorrono lungo gli anelli: sono gli ultimi suoni che segnano il passaggio a un tempo altro, custodito dal buio. Da quel momento in poi panche, altari, statue, immagini sacre e l’intera chiesa restano sole con Colui che sempre vi risiede. Invisibile e visibile s’incontrano e si fondono, finalmente liberi dagli sguardi umani.
Ogni sera, prima di uscire definitivamente, chiudo l’ultima porta: un piccolo ingresso vetrato che immette nella sacrestia. E ogni volta mi attraversa un pensiero: cosa accade qui dentro, mentre nessun uomo è presente? C’è una bellezza e una sacralità quasi disarmanti nel buio di una chiesa notturna. Quali segreti custodisce questa oscurità, densa e dolce come miele?
Eppure, non è buio totale. Alcune luci restano accese sempre per tutta la notte: la lampada del Santissimo, e le dodici piccole stelle della corona della Vergine. E poi le luci più umili e umane: i lumini votivi. La loro fiamma, tremante e provvisoria, continua a restare presente anche quando le mani che l’hanno accesa sono ben altrove. Preghiere rese visibili, desideri consegnati, lacrime senza voce che, nella notte, finalmente possono parlare più forte.
Quei lumini immersi nel buio attirano lo sguardo più di tutto il resto. Nella notte la speranza, anche se minuta, diventa fin troppo evidente.
Questa sera qualcosa ha interrotto la consuetudine: un lumino era spento, proprio quello in cima al portaceri. L’ho notato all’ultimo momento, mentre ero già dall’altra parte dell’ingresso di vetro. Sono tornato indietro. Perché era spento? Chi l’aveva lasciato? Per quale intenzione? Per chi? Forse un colpo d’aria? Lo stoppino difettoso? Magari la persona in questione si era dimenticata di accenderlo, o lo aveva lasciato così di proposito?
Mi ha attraversato un dubbio inatteso: è giusto riaccenderlo? Posso farlo? Devo?
Sono stati pochi istanti, ma sufficienti per avvertire dentro una domanda più grande: cosa fare quando una speranza si spegne? Quando qualcuno ha ardito porla sulla cima più alta, che magari è anche la più fragile, e la notte la mette a tacere?
Quel lumino, proprio perché stava più in alto degli altri, era più esposto a freddo e spifferi. Forse quella richiesta era la più ardita, la più difficile da sostenere. Per questo la fiamma non aveva retto?
Il portaceri è uno spazio comune, dove la preghiera diventa di tutti. Anche se nasce da un’intenzione personale, una volta collocata in chiesa la si affida alla comunità: non è più soltanto mia o tua. È nostra. È di Dio.
E allora ho capito che quel lumino non poteva restare spento.
Non perché avessi compreso chissà cosa. Anzi, mi sentivo smarrito e piuttosto ingenuo. Nemmeno per invadenza o scrupolo. Ma perché nessuna speranza merita di restare senza fiamma, soprattutto nel luogo in cui le speranze di tutti cercano luce. Così, con discrezione, gli ho ridato fuoco. La candela ha ripreso vita come se avesse solo aspettato quel gesto.
Mi ha attraversato un sollievo profondo: forse quella preghiera, quella richiesta o quel dolore, avevano proprio bisogno di quell’intervento inatteso. Come spesso capita nella vita. Ci sono fiamme che si riaccendono grazie a qualcuno che passa, vede e decide di non tirare dritto.