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Provisional Institute of Astroshamanism

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Ricerche intensive di un io introvabile

RICERCHE INTENSIVE DI UN IO INTROVABILE

Ora, così come sin dalla mia infanzia, mi avvedo che ogni tentativo di identificare me stesso si scontra con un’impossibilità radicale. Non credo che alcun essere umano, incluso il sottoscritto, possa essere contenuto in una definizione. Questo naturalmente non mi impedisce di dedicare un intero articolo al disperato tentativo di farlo.

Viviamo del resto in un mondo organizzato attraverso nomi, categorie e distinzioni, dove anche chi non vuole etichette finisce per essere identificato come «quello che non vuole etichette». Un nome non funziona come identità, bensì come codice, coordinata, interfaccia: permette di indicare qualcosa senza dire che cosa quel qualcosa sia in ultima istanza. Una definizione può comunicare informazioni utili, ma l’informazione non è l’identità; i problemi cominciano quando dimentichiamo la differenza.

Per questo tutto ciò che segue è provvisorio, compreso naturalmente il principio stesso della provvisorietà, che non vedo perché dovrebbe godere di privilegi speciali. Questo è un tentativo, già fallito in partenza, di descrivere alcuni elementi ricorrenti della mia vita. So già che un giorno, magari anche solo tra qualche ora, sono destinato a contraddirlo o abbandonarlo, per poi forse, in modo ancora più inquietante, continuare a pensarla nello stesso modo.

Forse l’elemento più persistente della mia esperienza è il cambiamento. Nel corso della vita mi sono identificato con idee, convinzioni e modi di comprendere me stesso e il mondo che apparivano assai lucidi e che successivamente si sono eclissati o hanno mutato radicalmente. Ritengo quindi del tutto inattendibile dichiarare una particolare posizione come definitiva. Posso parlare e pensare da qualunque prospettiva, soprattutto da quelle più antitetiche tra loro. Questo purtroppo non significa che stia mentendo ogni volta che cambio prospettiva. Al contrario, ogni prospettiva rappresenta autenticamente il punto da cui sto parlando in quel momento, ma ahimè so bene che non può diventare una dichiarazione esaustiva di ciò che sono, anche se ogni volta riesce nuovamente a sembrarmi tale.

Provvisorietà non significa che nulla abbia importanza o che tutte le proposizioni siano ugualmente vere. Significa che non posso garantire la permanenza o l’universalità del quadro attraverso cui qualcosa mi appare vero. E se affermassi che tutto è necessariamente provvisorio avrei già trasformato la provvisorietà nell’ennesimo dogma, risultato abbastanza imbarazzante per una filosofia della provvisorietà.

La multidimensionalità è un altro elemento ricorrente della mia esperienza. Non uso però questo termine come certificato di esistenza di dimensioni invisibili, universi paralleli, extraterrestri o realtà analoghe. È innanzitutto un quadro esperienziale e immaginativo. Stati diversi possono presentare configurazioni radicalmente distinte della realtà: ciò che appare indiscutibile all’interno di uno stato può diventare incomprensibile da un altro.

Multidimensionalità significa mantenere aperta la possibilità che la realtà ecceda il particolare mondo, stato, linguaggio o sistema concettuale attraverso cui viene percepita. Paradossalmente deve comprendere anche la possibilità che la multidimensionalità non esista affatto. Altrimenti sarebbe solo un altro sistema monodimensionale particolarmente affollato.

Questa pluralità, per me, non è una questione meramente filosofica. Stati emotivi, pensieri, desideri, convinzioni e identità cambiano indipendentemente dalla mia volontà. In certi momenti una prospettiva diventa dominante e interpreta tutto il resto secondo i propri criteri; successivamente un’altra può prenderne il posto e riscrivere retroattivamente la storia. L’unico elemento che sembra avere maggiore continuità non coincide con nessuna di queste identità: è piuttosto la consapevolezza che ne osserva il succedersi.

Questo non significa però consegnare le chiavi di casa a chiunque si presenti alla porta. Riconoscere che una possibilità esiste dentro di me è diverso dal legittimarla o metterla in atto. Posso riconoscere rabbia, impotenza, potere, paura, ostilità, devozione, tenerezza, nichilismo, fede e parecchie altre compagnie non sempre compatibili senza concludere che ciascuna debba dirigere le operazioni. Esistono quindi contemporaneamente molteplicità e governo: il caos può essere riconosciuto, ma quando entra nel mondo condiviso qualche regola diventa necessaria.

Il pluralismo radicale non implica che tutto sia lecito, o almeno non dovrebbe idealmente implicarlo, per cui mi avvedo anche qui del rischio di dover rinunciare rovinosamente persino a questo briciolo di attenuante.

Qualunque altra realtà possa esistere o non esistere, partecipo per ora a questo mondo, insieme ad altri esseri, e qui le azioni hanno conseguenze. Posso comprendere la logica interna di una prospettiva distruttiva senza essere obbligato a metterla in pratica. Almeno così me la racconto, tanto che talvolta mi risuona come un tentativo disperato e indubbiamente truffaldino, seppure forse inconscio, di giustificare il mio operato.

È anche per questo che finzione, teatro, simbolo e immaginazione hanno per me grande importanza. Posso entrare deliberatamente in una realtà immaginativa senza dover dimostrare che esista. Posso sperimentarmi non solo come la persona identificata dal mio nome o mia biografia, ma come passeggero, viaggiatore, messaggero o partecipante di un’altra realtà. Tutto questo può avere un enorme valore esperienziale senza trasformarsi in un bollettino metafisico sull’effettiva struttura dell’universo.

La finzione diventa così un laboratorio multidimensionale. Cosmologie incompatibili possono essere esplorate senza diventare dottrine; parti di sé che, se letteralmente agite, potrebbero risultare distruttive possono trovare uno spazio simbolico, narrativo o teatrale; possibilità differenti possono essere percorse senza confondere l’immaginazione con la realtà condivisa. Una cosmologia dichiaratamente fittizia può persino comunicare possibilità metafisiche con maggiore integrità di una dottrina che pretende di conoscere l’arredamento definitivo dell’universo. Non deve dire «la realtà è così». Può limitarsi a dire: «entra qui per un po’ e guarda che cosa succede».

Lo scopo non consiste necessariamente nel riconciliare le contraddizioni. Alcune prospettive possono realmente escludersi a vicenda. Una può rivelare un Dio amorevole, un’altra un universo indifferente, un’altra nessun Dio; una può sperimentare una realtà multidimensionale, un’altra considerare l’esistenza fisica come l’unica realtà possibile. Non vedo perché debba esistere una teoria superiore incaricata di mettere tutti d’accordo. La questione è piuttosto se una singola prospettiva possa identificare legittimamente il proprio orizzonte con quello della realtà stessa.

Questo approccio presenta alcune analogie con il pluralismo filosofico, il fallibilismo, il prospettivismo, la sospensione scettica del giudizio, le concezioni processuali del sé e gli approcci apofatici alla realtà ultima. Non vorrei però trasformare queste analogie nell’ennesimo tentativo di definizione.

Lo stesso vale per il mio lavoro di elaboratore di mappe multidimensionali, in cui elementi radicalmente differenti e contraddittori, possono essere collocati senza perdere le loro differenze. La mappa permette di orientarsi; ma non diventa il territorio, per quanto tempo si possa trascorrere a perfezionarla.

Se devo dunque tentare di definirmi, forse la definizione più fedele è quella che dichiara apertamente i propri limiti. Abito prospettive senza concedere a nessuna di esse una sovranità permanente. Uso la multidimensionalità senza richiedere che si creda nell’esistenza di molteplici dimensioni. Riconosco parti contraddittorie senza ritenere che ciascuna debba essere agita. Uso immaginazione, simbolo, narrazione e finzione come spazi nei quali realtà alternative possono essere esplorate senza essere presentate come fatti oggettivi.

Naturalmente nemmeno questa descrizione è definitiva. È una mappa costruita dal punto in cui mi trovo adesso. Domani potrei modificarla, contraddirla, abbandonarla o scoprire con un certo disappunto che continua a funzionare.

A questo punto, per concludere questo lungo, assurdo e probabilmente inutile articolo, ci vorrebbe una bella battuta. Qualcosa di pungente, paradossale, magari esilarante, capace almeno di ricompensare il lettore per il tempo perduto, ammesso che abbia avuto la volontà, o l’imprudenza, di arrivare fin qui. Se ci sei riuscito, hai tutta la mia gratitudine e anche le mie scuse per non essere stato necessariamente degno della tua attenzione.

Ebbene, qui ci starebbe bene una frase fulminante, che improvvisamente faccia apparire sensato tutto quello che precede.

Il problema è che non mi viene in mente assolutamente nulla. Forse ho detto tutto quello che avevo da dire. O più probabilmente non avevo niente da dire fin dall’inizio e ci ho messo tutto questo tempo per accorgermene. In ogni caso sono sfinito.

Mi illudo quindi che il mio compito sia terminato e che possa finalmente ritornare a essere me stesso e, possibilmente, anche al luogo da cui sono venuto.

Solo che non ricordo più chi dovrei essere. E, quanto al luogo da cui sono venuto, non ho la minima idea di dove si trovi.

La cosa più seccante è che, dopo aver parlato così a lungo di mappe, non ne ho nemmeno una. A questo punto la reazione più ragionevole sarebbe il panico: cercare disperatamente un punto di riferimento, una coordinata, qualcosa di familiare che mi dica dove sono e soprattutto come tornare indietro. Ma forse è proprio qui che si nasconde l’ultimo inconveniente. Più cerco una mappa, più resto fermo. Più cerco di tornare a ciò che ero, più devo sapere che cosa ero, dove mi trovavo e quale strada ho percorso per arrivare fin qui. E non lo so.

Forse alcune regioni dell’esperienza funzionano proprio così: non possono essere attraversate con le coordinate del luogo che abbiamo appena lasciato. La mappa che permetterebbe di tornare indietro sarebbe anche ciò che impedirebbe di andare avanti.

Questo naturalmente sarebbe un magnifico modo di concludere l’articolo. Potrei sostenere che bisogna abbandonare ogni certezza, rinunciare alla sicurezza delle vecchie coordinate e affidarsi serenamente all’ignoto. Sarebbe profondo, multidimensionale e, soprattutto, molto conveniente dopo tutto quello che ho scritto.

Purtroppo non sono affatto sicuro che sia vero. So soltanto che non vedo più casa, non so dove sono e non ho una mappa. E comincio a sospettare che continuare a chiederne una sia parte del problema.

Quindi, per il momento, visto che non riesco a fermarmi nemmeno volendo, non mi resta che andare avanti.

Non chiedetemi dove.

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