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Provisional Institute of Astroshamanism

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UN TUFFO NEL VUOTO

 
Questo è un articolo improvvisato, un tuffo nel vuoto perché non ho alcuna idea di che cosa scriverò, e forse è proprio questo il punto.
È come cominciare una giornata senza avere programmato nulla, trovandosi davanti uno spazio completamente aperto che ancora non contiene impegni, richieste, urgenze, scadenze o anche soltanto idee interessanti a cui dedicarsi.
Forse vale la pena restare in questo spazio il più a lungo possibile, non per ottenere qualcosa ma semplicemente per vedere che cosa accade quando non corriamo subito a riempirlo.
Perché il vuoto dura poco. Anche quando la giornata inizia senza programmi, ben presto qualcosa arriva a reclamare l’attenzione. Telefonate, messaggi, lavori da terminare, preoccupazioni, responsabilità che ricordiamo all’improvviso, o un semplice desiderio di fare qualcosa, qualunque cosa, purché sottragga forse a quella sensazione particolare che compare quando non sappiamo esattamente che cosa fare del tempo che abbiamo davanti.
E allora forse la domanda non riguarda gli impegni in sé, che sono spesso necessari, a volte persino belli, così come fastidiosi e assillanti. La domanda riguarda il modo in cui li utilizziamo. Siamo davvero così occupati perché abbiamo molto da fare, o in qualche misura abbiamo molto da fare perché ci riesce difficile restare in uno spazio in cui non c’è nulla da fare, niente che ci dica chi siamo, quali faccende svolgere, che direzione prendere?
Possiamo inventarci molte cose per evitare quel momento, chiamandolo senso del dovere, responsabilità, produttività, crescita personale, ricerca spirituale, persino riposo organizzato. Qualunque cosa può diventare un’occupazione.
Possiamo perfino trasformare noi stessi in un progetto da gestire, migliorare, correggere, sviluppare. Eppure resta il sospetto che sotto tutto questo ci sia qualcosa che continua ad aspettarci, che non coincide con nessuna attività e non si lascia afferrare facilmente.
Non si tratta nemmeno di stare con se stessi, perché anche quello può diventare un compito. Possiamo passare ore ad analizzarci, interpretarci, raccontarci, cercare spiegazioni, e tuttavia continuare a evitare quello spazio più semplice e più difficile in cui non c’è nulla da comprendere immediatamente e niente da risolvere, ma soltanto la possibilità di restare presenti senza una meta precisa.
Forse per questo ci lamentiamo così spesso della mancanza di tempo. Naturalmente il tempo manca davvero, gli impegni esistono, come le responsabilità. Eppure a volte viene il dubbio che il problema non sia solo la scarsità del tempo, ma anche la paura di ciò che potrebbe accadere se improvvisamente ne avessimo molto e nessuno venisse a dirci come utilizzarlo.
A un certo punto il mio pensiero va inevitabilmente alla morte, ma non per trarne conclusioni, perché appena comincio a formulare conclusioni entro nel territorio delle interpretazioni, e queste possono essere affascinanti e preoccupanti, quanto arbitrarie. Nessuno sa veramente cosa accada dopo la morte. Possiamo credere, immaginare, sperare, costruire visioni e sistemi, ma il fatto resta lì, immobile, come una porta chiusa davanti alla quale tutti prima o poi ci troviamo.
E forse proprio per questo la morte compare per un istante in questa riflessione, non come risposta ma come domanda. Perché se c’è un momento in cui ogni agenda e occupazione perde la sua presa, allora forse vale la pena domandarsi già adesso che cosa rimane quando smettiamo di riempire ogni spazio disponibile.
Forse non rimane nulla. O rimane qualcosa che non riusciamo a vedere. Non lo so.
So solo che esiste una sfida semplice e stranamente difficile: concedersi qualche minuto in cui non accade nulla di particolare, in cui non si cerca un’esperienza, non si insegue un pensiero o si organizza il resto della giornata, e se qualcosa arriva non gli si permette di occupare completamente il campo, lasciando aperto quello spazio vuoto che normalmente ci affrettiamo a chiudere.
Di nuovo, può darsi che in quel vuoto non ci sia proprio niente. O che invece vi sia qualcosa che ci accompagna da sempre e che non riusciamo quasi mai a percepire, non perché sia lontano, ma perché ogni volta che si avvicina siamo già occupati a fare qualcos’altro.
Nel frattempo sono passati circa dieci minuti e provo una certa soddisfazione perché sono riuscito a occuparli scrivendo queste righe. Alla fine mi ritrovo perfino con un articolo già pronto, che non avevo affatto programmato.
Il vuoto invece è rimasto lì. Forse mi ha accompagnato, suggerendo qualche pensiero, regalando perfino un argomento di cui parlare, ma non ci sono entrato. Decisamente non mi sono tuffato.
Tuttavia, almeno sono salito sul trampolino, e ho fatto qualche passo verso l’orlo, affacciandomi e guardando giù, per poi tornare indietro e iniziare a prendere appunti.
Di questo vuoto posso scriverne, parlarne, condividere con altri la consapevolezza che esiste, e tuttavia resta la sensazione piuttosto chiara che ancora una volta gli sono girato attorno.
Non so se sia un fallimento o meno. Al vuoto, sospetto, la questione non interessa minimamente.
Rimane però una sensazione molto sottile, e abbastanza concreta da non poter essere liquidata in fretta: che se mi tuffo davvero dentro questo nulla non ci sia più niente da fare o dire.
Forse perché è un niente che riempie tutto.
O perché, una volta tuffati, la domanda cessa di avere importanza, così come la risposta.
Non saprei nemmeno dire che non se ne può parlare, perché anche questa è ancora una frase.
E a questo punto è meglio fermarsi…
Mi sono appena ricordato che devo fare la spesa.

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